venerdì 29 settembre 2017

GRATILLA LA GUERRIERA



POMPONIA GRATILLA
Pomponia Gratilla, ovvero Verulana Gratilla, fu un personaggio storico di Veroli (prov. di Frosinone - Lazio), nella cui sala consiliare esiste un ritratto di Gratilla, o Gracilia, con tratti un po' popolani, che indossa un copricapo di pelle di lupo (attribuito al popolo ernico). In realtà nell'esercito romano i Velites indossavano sul capo la pelle di lupo, in ricordo della fatidica lupa che allattò i fatidici gemelli, ma non possiamo escludere che il retaggio potesse anche essere sabino.

Virgilio infatti descrive così gli ernici nell'Eneide: « Non tutti hanno armature sonanti, scudi e cocchi, anzi i più scagliano ghiande di livido piombo o portano in mano due giavellotti, proteggono il capo con berretti di pelle di lupo, hanno il piede sinistro scalzo e il destro coperto di cuoio conciato ».

"Sappiamo per certo che Lucio Giunio Aruleno Rustico sposò Pomponia Gratilla e n'ebbe alcuni figlioli, fra quali Giunia Rustica, sposa di Minicio Aciliano, e Quinto Giunio Rustico, console nell'87"
(Escavazioni bresciane - Dott. Gio Labus - 1830)

Gratilla era dunque la moglie di Quinto Giunio Aruleno Rustico (35 – 93), filosofo e politico, nonchè esponente dello stoicismo. Già allievo di Seneca, Aruleno fu amico e sostenitore di Trasea Peto che venne condannato a morte da un senatoconsulto, per volontà di Nerone, e che pur cercando di esercitare la sua influenza, non riuscì a salvare, correndo il rischio di fare la stessa fine dell'altro. 
Sembra che il matrimonio fu felice tra i due, e la fiera Verulana condividesse in pieno le scelte del marito, rispettoso del potere illuminato ma contrario al potere dispotico e assoluto.

Dopo la morte di Nerone, seguirono lotte sanguinosissime; le legioni elessero imperatori i propri comandanti e Galba, Ottone e Vitellio regnarono per poco tempo, finendo tutti uccisi. Vitellio, quando era giunto al potere aveva perseguito una politica di feroci vendette, suscitando in tutti il malcontento. 

Quando seppe che le legioni del Danubio e dell'oriente si erano accordate sul nome di Vespasiano, salutato imperatore in Egitto, e che il generale di Vespasiano, Antonio, stava conducendo un esercito in Italia per detronizzarlo, affidò la difesa ai suoi subordinati. Non appena Antonio giunse a Roma, Vitellio si rifugiò nel suo palazzo. 

A Roma era prefetto del pretorio il fratello maggiore di Vespasiano, Flavio Sabino, il quale fu assalito da un gruppo di vitelliani e costretto a porre l'estrema difesa in Campidoglio."

(Tacito Historie)

VESPASIANO
Tacito, nel Libro III delle sue «Historie», ci fa sapere che tra i difensori c'erano diverse donne, e, tra queste, una verolana, Gracilia, o Gratilla, la bella moglie di Giulio Aruleno Rustico, la quale si distinse per il suo grande valore: 

« Subierunt obsidium eticam foeminae inter quas maxime insignis Verulana Gratilla, neque liberos neque pro.pinquos, sed bellum secuta » 

(«subirono l'assedio anche alcune donne, fra le quali la nobilissima verulana Gratilla dei Pomponi che fece guerra non a causa dei figli, nè di parenti, ma per sostenere la sua fazione») "
(fonte: Giuseppe Trulli, Tutta Veroli Vol. I. p.65-66, e VEROLI, pagine di storia, eventi, personaggi, p.116. - pubblicazione autorizzata dal prof.Trulli in data 15/06/2013).

Gratilla, donna ardita e indipendente, contraria a Vitellio ma favorevole ai Flavii, non ebbe timore di armarsi e combattere la fazione opposta con ogni mezzo, rischiando coraggiosamente la sua vita. 

Episodi del genere non fanno parte della storia romana, dove una divinità come Acca Larentia diventa per Macrobio una bigotta che, dopo aver trascorso una notte di preghiere nel tempio di Eracle, viene ricompensata facendole sposare un etrusco ricchissimo, da cui eredita una grande fortuna che dona interamente al popolo romano. Per Lattanzio invece Acca Larenzia è moglie del pastore Faustolo, che soccorse i gemelli Romolo e Remo, allattandoli e crescendoli. Però in suo onore si festeggiavano, dopo secoli e secoli, i Larentalia, non si sa perchè.

Anche Rea Silvia, antica divinità diventa la figlia del re di Albalonga, che ha l'onore e l'onta di venire stuprata da Marte. Ma pure Anna Perenna, antica Dea, diventa per Ovidio la sorella di Didone, e per altri era una generosa vecchina che aiutò i plebei romani durante i tumulti del 494 a.c., rifocillandoli con focaccine da lei preparate. I romani riconoscenti le edificarono una statua, e le dedicarono un bosco sacro e una festa. Non sembra un tantino esagerato?

Ai romani piace Lucrezia, che si suicida per salvarsi dal disonore di essere stata stuprata dal re cattivissimo, che minaccia di ucciderla e di metterle accanto un servo sgozzato per far capire che c'era un adulterio. E chi l'avrebbe uccisa se fratello e padre erano lontani? Non si capisce.

Oppure piace Cornelia, madre dei Gracchi, tutta dedita ai figli e solo ai figli, senza grilli per la testa. Una grande madre ed educatrice che però non educa i figli alla prudenza tanto è vero che finiscono entrambi morti ammazzati.

Invece la mentalità romana non ama Camilla, sorella di Orazio che le ha ucciso il fidanzato Curiazio. Poichè piange per l'avversario morto, il fratello la infila con la spada, ma che bel fratello! Però il padre non è da meno e lo difende in tribunale, già, in fondo le donne che contano? Invece va bene Virginia, ovvero il padre di Virginia, perche il padre buono pugnala a morte la figlia per salvarle l'onore perduto a causa di uno stupro regale, e se era cattivo che le faceva? 

La vergine Camilla si era salvata sull'altra sponda del fiume perché il padre nel pericolo l'aveva consacrata a Diana, facendola crescere nei boschi, tra animali selvaggi e pastori, vestita solo di pelle di tigre. Usa l'arco, il giavellotto e la fionda, e quando Enea giunge nel Lazio per scontrarsi con i Rutuli, Camilla soccorre Turno alla testa della cavalleria dei Volsci e di uno stuolo di fanti. La sua figura incute spavento, ma comunque non la può con Enea e ci lascia la pelle. E che si pretende? E' o non è una donna?


Plinio il Vecchio

Nel I capitolo delle sue Epistole "Plinio, nemico dei tiranni", identifica undici donne che, per associazione con la resistenza di vario genere per il principato romano nel I sec. generalmente descritta come opposizione stoica, menziona per una sola volta:

PLINIO IL VECCHIO
- Arrionilla, 
- una certa Iunia, 
- Serrana Procula, 
- le Helvidiae (due sorelle), 
- la Vestale Iunia, 
- Anteia; 

Invece, più di una volta, menziona:
Verulana Gratilla, 
- Arria la Vecchia 
- Caecina Arria la Giovane (madre e figlia), 
- Clodia Fannia (la nipote) 

Un ruolo importante che queste donne stoiche giocano nel programma epistolare di Plinio: come dimostrazione della sua coerenza, della sua amicizia con gli Stoici, la sua integrità di comportamento durante i periodi di pericolo personale sotto i principati di Nerone, Vespasiano e Domiziano, e la sua auto-rappresentazione come vendicatore degli Stoici.


Tacito

Anche Tacito porta l'esempio della stoica Gratilla:

Verulana Gratilla, durante l'assedio minaccioso del Campidoglio da parte dei Vitelliani, prende parte alla difesa della cittadella delle truppe Flavi. Secondo Tacito, lo fa, "Libéros neque neque propinquos, sed bellum secuta" (Hist. 3,69). 

Dal momento che Tacito approva ovviamente la difesa del Campidoglio, c'è un lato decisamente positivo per il suo comportamento, anche se non c'è l'apprezzamento esplicito nel testo. Del resto, per quanta eroina e combattente, veniva meno al suo preciso compito di occuparsi esclusivamente di marito e figli.

L'atto di Verulana Gratilla è, almeno, un comportamento altamente notevole per una donna, per quanto sotto certi aspetti inadeguato. Pertanto, Verulana Gratilla può essere citata, nell'animo di Tacito, per tutto il suo coraggio, ma non come un buon esempio da seguire.

TACITO
Ciò però non poteva essere esplicitato, perchè in quel periodo storico, dato che Vespasiano fu un ottimo imperatore, e universalmente riconosciuto come tale, passare in secondo piano la famiglia Flavia significava passare in secondo piano l'impero di Roma, cioè la patria, e nell'etica romana prima veniva Roma, poi gli Dei, poi il marito, poi i figli e poi la casa. Tale era la scala dei valori che una buona matrona romana doveva rispettare.

Aruleno, favorevole ai Flavii, divenne oppositore di Domiziano, uomo crudele e despota, giungendo a farne aspra critica pur capendo di rischiare la propria vita, infatti  l'imperatore lo fece condannare a morte e i senatori dovettero ratificarne la condanna, per paura di essere condannati a loro volta..

E' Plutarco a darci la notizia della morte del marito di Gratilla, tal Giunio (o Giulio) Aruleno Rustico, per opera di Domiziano e dell'esilio a cui venne condannata Verulana Gratilla, che tanto la popolazione trovò ingiusto e doloroso. Sembra che i romani rimpiansero molto i due coniugi, considerati di identica onestà, generosità e valore.

Attraverso delle epigrafi sappiamo che Giunia Rustica, figlia dell'infelice Aruleno, fu per la mercè del Giovane Plinio che ne fu Paraninfo impalmata da Minicio Aciliano, figlio di Minicio Macrino e di Acilia.

Ciò dimostra che Plinio il Giovane fu amico di famiglia di Aruleno, tanto che riuscì a combinare un conveniente matrimonio per la loro figlia, ma non solo, perchè fu amato e stimato grandemente anche da Gratilla, si che nel suo testamento ella toglie parte del patrimonio al figlio che evidentemente non approvava del tutto, per lasciare un legato a Plinio il Giovane che ella molto stimava.



LETTERE DI CAIO PLINIO CECILIO (1832)

Fatto erede della Pomponia Gratilla, narra come siasi contenuto col figliuolo di lei, che era stato diseredato.

Mi fu lasciato un legato mediocre ma più caro di un considerevolissimo. Tu mi domandi il perchè, eccotelo. Pomponia Gratilla avea diseredato il figliuolo Assudio Curiano e avea nominato erede me e nella eredità mi avea dati compagni Sertorio Severo uomo pretorio ed altri illustri cavalieri romani. "

PLINIO IL GIOVANE
Il figlio di Gratilla, Curiano, timoroso che la gente giudicasse non vi fosse buon sangue tra lui e la madre, pregò l'amico Plinio di restituirgli pubblicamente il legato, che poi lui glielo avrebbe risarcito in privato.

Plinio non vuole sotterfugi per cui promette all'amico che gli ridarà pubblicamente la sua parte se dimostrerà, di fonte a persone probe, "ch'ei fosse stato a torto diseredato". Plinio teme che l'amico Curiano abbia fatto dei torti alla madre, imperdonabili in quanto figlio di un cotal mito di madre.

Dai discorsi che seguono di fronte a testimoni Plinio sostiene all'amico  "Che tua madre abbia avuto delle buone ragioni d'esser teco sdegnata." 
Poi la questione si appiana, Plinio acconsente pago di essere stato riconosciuto onesto dagli uomini saggi, ed anche perchè tiene all'amicizia del figlio della defunta Gratilla.

Non sappiamo cosa il figlio di Pomponia avesse fatto per sollevare la disapprovazione di sua madre, ma ci colpisce che suo figlio voglia che nessuno possa supporre di aver agito male con lei. Egli non mira al lascito di Plinio nè di altri, sia perchè è ricco, sia perchè il lascito è poco, sia perchè intende rifondere i lasciti segretamente. 

Curiano teme la disapprovazione pubblica per aver meritato la disapprovazione di Gratilla, la donna che tutti hanno amato e stimato grandemente, si da poter far venir meno, solo per questo, la sua onorabilità al pubblico cospetto. Ma è un caso che questo nome sia venuto fuori, perchè pur essendo donna e quindi avendo la proibizione delle armi, ha combattuto insieme ad altre donne sconosciute. I romani non amavano far conoscere il coraggio delle donne, per paura che potesse ombrare quello degli uomini, Gratilla è un puro caso, sfuggito alla censura maschile. Gratilla, una donna un mito.




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