lunedì 4 febbraio 2013

ESTIA - VESTA



HESTIA POLYOLBOS (ESTIA "PIENA DI GRAZIA")

Arazzo del V secolo rinvenuto in Egitto e conservato presso la Dumbarton Oaks Collection (Washington D.C.). Estia è la Dea del focolare, quello della casa e quello degli altari sacrificali.
"Piena di grazia"... l'abbiamo già sentita da qualche parte?...

Quando improvvisamente il fuoco divampa, esso indica la presenza della divinità invocata nel sacrificio. Il fuoco, sia quello della casa che quello degli altari posti all'interno dei templi, non va mai lasciato perire, successivamente la sua presenza sarà sostituita da una lampada perennemente accesa. 

Ad Argo quando qualcuno muore il focolare domestico viene spento, dopo il periodo di lutto e per mezzo di un sacrificio esso viene riacceso. Gli altari collocati all'esterno dei templi, modalità più diffusa, non possiedono un fuoco perenne, ma la loro accensione è uno dei momenti più importanti del rito sacrificale. Il fuoco è l'"altare odoroso" riservato agli Dei: a partire dall' VIII secolo a.c. sarà costume bruciare incenso o mirra (prodotti importati dalla Fenicia) sugli altari.


Ovidio - Fasti
"Per lungo tempo credetti stoltamente che ci fossero statue di Vesta
ma poi appresi che sotto la curva cupola
non ci sono affatto statue
Un fuoco sempre vivo si cela in quel tempio
e la Vesta non ha nessuna effigie come non ne ha neppure il fuoco".



ESTIA GRECA

Estia era la Dea greca del focolare, o più precisamente, del fuoco che arde su un focolare rotondo, cioè il primo focolare.
GRAN SACERDOTESSA DI VESTA
È la meno nota fra le divinità dell'Olimpo: insieme all'equivalente seppur successiva divinità romana, Vesta, fu raramente rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, ma la sua presenza si rappresentava con la fiamma viva, posta al centro della casa prima, poi del tempio e della città dopo.

Sembra anzi che essa ufficialmente non potesse essere raffigurata, un retaggio delle antichissime divinità primordiali che poi passò a Yavhè e ad Allah ma senza un perchè. L'antico retaggio della Dea Natura era che come terra e natura aveva un'immagine, ma nella sua parte intelligente era incomprensibile agli uomini che non potevano pertanto accedere al suo spirito.

Sicuramente fu la Dea primigenia, colei che consentì l'uso del fuoco agli uomini, ovvero che lo scoprirono le sue sacerdotesse ispirate dalla Dea. Lo scoprire il fuoco nelle civiltà arcaiche è appannaggio del femminile. All'epoca le donne cacciavano, combattevano, esploravano e inventavano. nessuno gli aveva anvora anestetizzato il cervello con la storia del maschio superiore, e soprattutto i maschi non le avevano ancora schiavizzate con la violenza.

La Dea era l'inconoscibile, "Io sono ciò che sono, che sempre sono stata e che sempre sarà, e nessun uomo ha mai alzato il mio velo". Questo ci riporta agli albori della civiltà, quando le sacerdotesse matriarche insegnarono agli uomini a cuocere il cibo e a cucinare.

In seguito il merito del fuoco andò ovviamente ai maschi, cioè a Prometeo che eroicamente lo rubò agli Dei per migliorare la vita degli uomini. Ma gli Dei maschi non sono gentili e Prometeo fu punito atrocemente. Si fece del tutto per misconoscere l'antica civiltà femminile che pure si protrasse per 25000 anni e ancora la mentalità maschilista lo nega per timore di perdere quel primato di intelligenza che arbitrariamente si è attribuito.

Come mai con le Dee questo problema di competizione non c'è? Anzi sono talmente soccorrevoli dei mortali che quando scoprono l'infrazione di un divieto l'autore viene premiato. Ad esempio l'antica Dea proibiva l'uso delle fave.

E’ dea antica questa, del cibo che usava anticamente si nutre, 
e non cerca golosa rare vivande. 
In questi tempi guizzava senza pericolo il pesce 
E le ostriche tranquille stavano nei loro gusci; 
né il Lazio conosceva l’uccello che manda la ricca Ionia 
né quel che gusta il sangue dei pigmei, 
e nessun’altra penna piaceva all’infuori di quella del pavone; 
né ancora la terra aveva dato caccia di selvaggina. 
La scrofa era apprezzata e la sua carne si usava nei riti; 
la terra offriva solo fave e duro farro.”

Qui la fava è consacrata alla Dea Carnea (la Dea di Carne?), amata da Giano, retaggio postumo della Grande Madre. La Grande madre è colei che genera per poi riprendere in se stessa le creature in un ciclo perenne di vita-morte-vita: sicché le piante e gli animali a lei consacrati hanno una duplice valenza, di vita e di morte.
La Dea aveva proibito l'uso della fava ma poichè la proibizione fu trasgredita ella istituì i Sacri Misteri. Non fu altrettanto generoso il Dio ebraico con la sua mela nel giardino dell'Eden. Lui non voleva che gli uomini avessero la conoscenza, era geloso degli uomini, come spesso (più spesso di quanto non si dica) gli uomini lo sono nei confronti dei figli maschi perchè vorrebbero essere gli unici figli della moglie.



I SIMBOLI

Il simbolo di Estia era un cerchio. I suoi primi focolari erano rotondi e così i suoi templi. Infatto ovunque le abitazioni furono tonde perchè era più facile tracciarne la base con una corda e un palo. Per disegnarla non occorreva conoscere la geometria.

Né abitazione né tempio erano consacrati fino a che non vi aveva fatto ingresso Estia, che, con la sua presenza, rendeva sacro ogni edificio. Era una presenza avvertita a livello spirituale come fuoco sacro che forniva illuminazione, tepore e calore.

Dunque le antiche sacerdotesse scoprirono l'uso del fuoco che trasmisero in ogni casa creando pure un legame tra le capanne, cioè tra le famiglie della tribù.

Questo riporta agli albori, quando le sacerdotesse portarono nelle capanne il fuoco sacro che doveva venir conservato acceso ad ogni costo, e pertanto se ne serbava uno per la comunità in un tempio, per cui se si spegneva nella capanna poteva venir riacceso. La conservazione del fuoco era un problema che comportava delle notevoli difficoltà; infatti sia Virgilio che Ovidio riferiscono che all'epoca si otteneva col primitivo e laboriosissimo sistema dello sfregamento delle selci.

Le sacerdotesse erano pertanto le custodi non solo del fioco ma dell'ardore sessuale per cui si accoppiavano ritualmente per l'accrescimento della tribù. Pertanto le sacerdotesse non erano fisse ma si avvicendavano nel compito. naturalmente non erano soggette ai maschi per cui si chiamarono vergini, come sempre Vergine era la loro Dea.

Estia era la primogenita di Rea e di Crono, e quindi sorella maggiore degli Dei delI’Olimpo della prima generazione e zia di quelli della seconda. Era dunque una delle dodici maggiori divinità dell'Olimpo, dove tuttavia non abitava, cosicché non protestò quando Dioniso crebbe d'importanza e la sostituì nella cerchia dei dodici.

Poiché non si coinvolse nelle storie di guerra che hanno tanta parte nella mitologia greca, è la meno conosciuta fra le divinità greche più importanti. Era tuttavia tenuta in grande onore e a Lei venivano destinate le offerte migliori che i mortali presentavano agli Dei. La breve mitologia di Estia è riferita in tre inni omerici. Diciamo che pur tributandone gli onori, greci e romani confinarono le Grandi Dee ad un ruolo minore.
Viene descritta come 'la venerabile vergine Estia', una delle tre Dee che Afrodite non riesce a sottomettere, a persuadere, a sedurre o anche soltanto a "risvegliare a un piacevole desiderio". Infatti Afrodite fece sì che Poseidone e Apollo si innamorassero di Estia, ma lei aveva fatto giuramento di restare vergine e così li respinse entrambi.

A differenza delle altre divinità, Estia non era nota per i miti e le rappresentazioni ma perché una casa diventasse un focolare, era necessaria la sua presenza. Quando una coppia si sposava, la madre della sposa accendeva una torcia sul proprio focolare domestico e la portava agli sposi, nella nuova casa, perché accendessero il loro primo focolare. Questo atto consacrava la nuova dimora. Questo mito è dichiaratamente matriarcale, perchè la madre trasmette il fuoco alla figlia, simbolo che rimarrà presso i romani attraverso il velo rosso che indossava la sposa, rosso come la fiamma del focolare.

GRAN SACERDOTESSA
Dopo la nascita di un figlio, aveva luogo un secondo rituale. Quando il neonato aveva cinque giorni, veniva fatto girare intorno al focolare, come simbolo della sua ammissione nella famiglia. Allo stesso modo, ogni città-stato greca, nell'edificio principale, aveva un focolare comune dove ardeva un fuoco sacro.

Si capisce anche qui che l'ammissione della creatura alla tribù era sancita dalle donne. E in ogni nuova comunità che veniva fondata si portava il fuoco sacro dalla città di origine per accenderlo nella nuova. Così, ogni volta che una coppia o una comunità si accingevano a fondare una nuova sede, Estia li seguiva come fuoco sacro, collegando la vecchia residenza con la nuova, per stabilire una continuità e una prosecuzione delle antiche leggi e riti religiosi.
Anche se spesso era il re a gestire le guerre e l'amministrazione della città, erano le donne a gestirne l'aspetto religioso, giuridico e legislativo. Le sacerdotesse erano le consigliere del re e le amministratrici della giustizia, da chi d'altronde si vorrebbe essere giudicati se non da una donna?

Per questo aspetto di giustizia moltissime Dee antiche furono Dee della giustizia, come Dike, Temi, Astrea, Justitia, quando ancora la giustizia esisteva, finchè il patriarcato assolse l'uomo che uccideva la donna, cioè Oreste che ha ucciso sua madre Clitennestra. Nell'Orestea il figlio viene assolto e le Furie tramutate in Eumenidi, per cui la giustizia è stata tolta dalla mano delle donne, e se un figlio ha ucciso impunemente la propria madre figuriamoci se un marito non può uccidere la propria moglie o un padre la propria figlia.



VESTA

I Sabini seguivano il calendario lunare delle società matriarcali, e sapevano di divinazione e magia. Portarono il culto di Vesta, antica Estia, e di Quirino che fu associato a Romolo divenendo Romolo Quirito. Nel primo giorno dell'anno, una fiaccola portata dal tempio di Vesta portava il fuoco in ogni casa.

VESTA
Il che vuol dire che ogni anno il focolare di ogni casa veniva spento e poi riacceso mediante le fiaccole del tempio portate dalle sacerdotesse. Questo segnava l'inzio del nuovo anno che avveniva in primavera. L'accesso al tempio era vietato agli uomini, con l'eccezione del pontifex maximus, al quale tuttavia era interdetto l'accesso alla parte più recondita, dove si conservava il santissimo "Palladio troiano", la statua di Pallade caduta dal cielo a Troia e condotta a Roma da Enea.

Più tardi, nell’antica Roma, Estia fu venerata come la Dea Vesta. forse così chiamata come Vergine Estia: V. Estia.
Qui il suo fuoco sacro univa tutti i cittadini in un'unica famiglia. Veniva custodito dalle Vestali, come ai tempi in cui alimentarlo era basilare perchè aspettare di riaccenderlo includeva in certo tempo.
L'acciarino venne già in uso al tempo dei Romani, ma ne è rimasto in l'uso fino al XIX sec.. L'acciarino era uno strumento d'acciaio, forgiato e temprato dal fabbro, che battuto su una pietra molto dura come una selce, un diaspro o una quarzite produceva scintille con cui si dava fuoco all'esca. Di solito come esca veniva usato un fungo, (Fomes fomenterius) o altri materiali come cotone, tifa ecc... con l'aggiunta di zolfo o soprattutto di nitrato di potassio, facilmente reperibile nei muri umidi delle stalle.

Ora i romani lo accendevano in casa tutti i giorni e non ne facevano un fatto sacrale, tanto più che spesso i Romani non possedevano focolare ma delle cucine con la brace che formavano bruciando la legna e accendendo il fuoco con un acciarino. Essendosi ingrandite, le domus si scaldavano coi bracieri o con l'ipocausto, a seconda delle possibilità.

Dunque il rito antichissimo si era mantenuto e così la Dea pure essendo stata posta in secondo piano rispetto ai nuovi Dei, però se ne era perso il significato.

Inoltre ciò che per le antiche sacerdotesse era privilegio in era matriarcale, in era patriarcale per le nuove era un pesante onere. L'angoscia del tradimento della donna aveva fatto si che il maschio avesse preteso come moglie una vergine, onde non potesse fare il confronto con la potenza sessuale dell'altro.

Ciò rimanda ad un'esaltazione del sesso maschile che deve coprire l'inadeguatezza del suo sentire rispetto alla donna. Diventa fondamentale per l'uomo poterla soddisfare sessualmente non riuscendo a capire che una donna libera può avere mille ragioni di amare un uomo aldilà della sua prestazione. Anche perchè, come risponde Tiresia a Giove nell'antico mito, la donna è nove volte più lussuriosa dell'uomo. E qui sorge il problema, se la donna è calda è mignotta, se non lo è abbastanza è frigida e l'uomo va a cercare quelle più calde.
A dirla tutta, se gli uomini diventassero adulti e non si facessero accudire dalle mogli come bimbi, pretendendo pure di tenere in mano il potere della famiglia, le donne darebbero loro più credito. Ma la maggior parte degli uomini fuori casa sono la gioia di trattorie, ristoranti, lavanderie ecc. nel senso che non sanno badare a se stessi. E' ovvio che poi non abbiano fiducia in sè, ed è ovvio che neppure le donne abbiano fiducia in loro.



LE VESTALI

Non si sa nemmeno se all'inizio fossero in numero di due o di quattro; sicuramente furono sei durante l'epoca storica, e infine dieci. Erano selezionate per sorteggio dal Pontefice Massimo, quindi da un maschio che esercitava su di loro la patria potestà. Le fanciulle venivano scelte nelle famiglie nobili tra i sei e i dieci anni. Povere disgraziate, estirpate dalle famiglie e segregate come monache di clausura. Le famiglie però acconsentivano di sacrificare le figlie perchè dava loro molto lustro. Tanto erano femmine, che contavano? Ma è un uso tutto patriarcale quello di staccare precocemente i figli dalle madri per paura che possano rammollirli imparando da loro i sentimenti.

SACERDOTESSA
Restavano al servizio di Vesta per trent'anni, dieci come novizie, dieci come addette al culto, e gli ultimi dieci anni come istruttrici delle novizie. Durante tutta la durata del sacerdozio dovevano rispettare varie prescrizioni rituali e dovevano rimanere verginiAl termine del trentennio tornavano a vivere normalmente e si potevano anche sposare.

Abitavano assieme in un edificio ( Atrium Vestae; la casa delle Vestali), nel Foro adiacente al tempio della Dea. Il loro compito principale era mantenere acceso il sacro fuoco di Vesta; nel caso lo spegnessero venivano fustigate a sangue dal pontefice massimo in persona. Ogni scusa era buona per far conoscere al femminile la supremazia e la prepotenza del maschile. Nessun sacerdote maschio era passibile di morte o fustigazione, era un trattamento riservato solo alle donne. 

Le Vestali inoltre procedevano in maggio alla prima mietitura rituale del farro in un campo sacro e preparavano la mola salsa, una farina di farro mista a sale, usata per coprire il capo delle vittime sacrificali ( da cui il termine "immolare").
In pratica riproducevano ritualmente la funzione della matrone e per questo a Roma riscuotevano i massimi onori pubblici, ma non facevano una bella vita, tutte vestite allo stesso modo, con i capelli rasati a zero come neo iniziate, vivevano isolate dagli altri, in una vera e propria prigione e: se venivano meno alla verginità la vestale venivano sepolte vive in una piccola stanza sotterranea, priva di aria, con una lucerna, olio, cibo e un posto per dormire. La terra soprastante veniva poi livellata come se sotto non ci fosse niente.
In tal modo la vita della vestale (personificazione della fiamma sacra di Estia) che cessava di impersonare la Dea veniva spenta, gettandovi sopra la terra, come si fa per spegnere la brace ancora ardente nel focolare. Quando al femminile si sostituisce il maschile tutto diventa grigio e spento.

Per contro avevano riconoscimenti spettanti solo all'imperatore, cioè l'abbassamento dei fasci littori al loro passaggio, e il palco in prima fila negli spettacoli circensi che stranamente non venivano visti poco adatti a delle caste sacerdotesse. Ben magra consolazione rispetto alla rinunzia alla vita che le imponevano. Certamente all'inizio le sacerdotesse furono libere ed orgiastiche ma il patriarcato le punì ben presto recludendole come monache. Infatti nelle statue che ci sono rimaste le Vestali hanno una faccia abbastanza arrabbiata, forse contro un mondo che le aveva penalizzate senza un perchè.

Le origini delle sacerdotesse è incerta: secondo alcuni esse preesistevano alla fondazione di Roma; per altri furono istituite da Numa Pompilio. Comunque appartenevano al complesso dei pontifici (collegium pontificum), incaricati della gestione del culto pubblico.

Quindi pur sempre gestite dai maschi. Tuttavia c'era un sancta sanctorum dove nemmeno il sommo pontefice poteva entrare, dove era custodito il Palladio che nemmeno l'imperatore, seppure Pontefice massimo, poteva guardare.

Il collegio e il culto di Vesta sopravvissero fino all'imperatore Teodosio.

Nel 394 d.c., in seguito alla proibizione della religione romana, il Palladio venne distrutto con la morte nel cuore dall'ultima delle vestali, la gran sacerdotessa di Vesta. Con la sua distruzione, per non farla profanare dai maschi, cadde l'ultimo retaggio del sacerdozio femminile, portatore degli ultimi baluardi degli antichi misteri.

Le sacerdotesse che seguirono, cioè le monache, furono donne obbligate alla castità, al lavoro non pagato e per giunta ai lavori più umili, come fare le infermiere negli ospedali, cucinare per gli alberghi vaticani, pulire i pavimenti degli ordini religiosi a loro negati, o lavare le tovaglie d'altare insieme alle mutande dei preti.

"Donne, sappiate chi foste".



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