venerdì 13 settembre 2013

MATER MATUTA



Lucrezio - De rerum natura (Lib. V, 656-662)

Così a un'ora fissa Matuta soffonde con la rosea luce
dell'aurora le rive dell'etere e spande la luce...
è fama che dalle alte vette dell'Ida si assista
a questi fuochi sparsi quando sorge la luce,
poi al loro riunirsi come in un unico globo
formando il disco del sole e della luna
 -


LA LEUCOTEA

La Mater Matuta, nella mitologia romana era la Dea del Mattino o dell'Aurora. Più tardi associata alla Dea greca Ino, l'Aurora. In poche parole era la Dea Bianca di cui parla Robert Graves.

Ovidio narra che quando Ino-Leucotea arrivò a Roma, aveva incontrato le Baccanti che celebravano i riti dionisiaci, le quali, istigate da Era, che ancora non aveva perdonato ad Ino di aver fatto da nutrice a Dioniso fanciullo, si erano scagliate su di lei e stavano per straziarla.

Alle sue grida era accorso Ercole, che si trovava proprio nelle vicinanze, e l'aveva liberata; l'aveva poi affidata a Carmenta, madre di Evandro, la quale le annunciò che a Roma le sarebbe stato tributato un culto insieme al figlio, che sarebbe stato onorato col nome di Portunno.

Insomma un gran pasticcio, di miti, di religioni e di Dei, tutto per dimostrare che Roma era destinata ad essere la Caput Mundi e Augusto il massimo degli imperatori.

Quel che gli antichi non sapevano, e che gli antichissimi sapevano, era che la Dea Bianca o Aurora, era la Dea dell'inizio, la Sorgente del Mondo. Come l'Aurora era la luce che illuminava la tenebra al mattino, così la Dea aveva portato la luce nella Tenebra del mondo.



MATER MATUTA

MATUTA CON PORTUNNO
Ma la Mater Matuta aveva connotazioni diverse dalla Leucotea, perchè era una Dea più terrena che non aerea, aveva un po' il carattere della Signora delle Belve, il suo trono aveva sfingi o leoni e il suo carro era tirato da leoni.

Sembra che una statua della Dea con figlioletto Portunus in braccio fosse stata deposta proprio nel tempio di Portunus, che a Roma venne dedicato proprio il giorno dei Portunalia, secondo quanto riferito da Varrone, e si trovava presso il Ponte Emilio, come indicano alcuni antichi calendari romani.

Infatti l'attuale tempio, di epoca repubblicana, si trova di fronte alla chiesa di S. Maria in Cosmedin, poco distante dal Tempio di Ercole Olivario, collegato con il vicino Portus Tiberinus.

Anticamente il luogo si chiamava Foro Boario, poco distante dal Tempio di Ercole e dal più antico porto tiberino, che si estendeva a nord del tempio e del quale rimangono alcuni muraglioni. Il tempio, che volta le spalle al foro Boario, è uno dei pochi dell'età repubblicana arrivato integro. Nella Roma dei Cesari, il tempio era eretto tra due portici.


Tempio di Portunno

A Roma la Dea aveva infatti un tempio nel Foro Boario, detto di Portunno, accanto al Porto fluviale, consacrato secondo la leggenda da Romolo, distrutto nel 506 a.c. e ricostruito nel 396 a.c. da Marco Furio Camillo, situato nell'area di Sant'Omobono, che si dice realizzato all'epoca di Servio Tullio (fine VI secolo a.c.). nel tempio c'era una statua di madre con bambino che la chiesa si è sbrigata a fare a pezzi, tante volte capissero che la Madonna col figlio in braccio non l'aveva inventata lei.

Ma se un migliaio di Dee avevano in braccio gli infanti, per non palare di Iside, col marmocchio seduto sulle ginocchia, e a volte che lo allatta, insomma niente di nuovo sotto il sole, il mito cristiano è scopiazzato alla grande.


Tempio di Satricum

Un altro famoso tempio dedicato alla Dea era nella città di Satricum, che venne frequentato anche dopo la distruzione della città, almeno fino al II sec. ac.

Il santuario era alle origini un culto praticato all'aperto, sull'acropoli cittadina. Nel VI sec. a.c. venne eretto un tempio, riedificato più esteso nel V sec. a.c, restaurato nei secoli successivi e di cui restano notevoli vestigia.


I Matralia
La sua festa (Matrialia) veniva celebrata l'11 giugno, a questo culto erano ammesse solo le donne vergini o sposate una sola volta, il cui marito era ancora vivo, mentre le schiave o le divorziate o le vedove ne erano escluse. Evidentemente dovendo rappresentare la copiosità, fecondità e libertà della natura, le schiave nonchè le donne sole non potevano rappresentarla. Il fatto invece che non fossero ammesse le risposate era per il moralismo dell'epoca.

La collezione di Matres Matutae conservata al Museo Provinciale Campano di Capua, provincia di Caserta, è tra le più importanti collezioni mondiali


MUSEO CAMPANO

A sinistra del cortile é ospitata la collezione delle "Madri", tra le più rare che Musei italiani e stranieri possano vantare.

Nell'anno 1845, durante uno scavo eseguito per lavori agricoli, in località "Petrara", in prossimità dell'antica Capua, vennero alla luce i resti di una grande ara votiva con fregi architettonici, iscrizioni in lingua osca e statue in tufo.

Fortunatamente lo scavo, che aveva carattere di clandestinità, non venne proseguito, tanto più che il materiale ritrovato venne disperso a scopo speculativo.

Nel 1873 e fino al 1887 si effettuarono ricerche con finalità archeologiche ricavandosi da esse abbondante materiale e specialmente un numero considerevole di statue in tufo riproducenti quasi tutte una donna seduta con uno o più bambini tra le braccia.

Tra le sculture solo una differiva per la spiccata sua impronta ieratica: invece di reggere neonati aveva nella mano destra una melograna e nella sinistra una colomba, simboli della fecondità e della pace, quindi quella sola doveva rappresentare la Dea tutelare del tempio dedicato alla maternità.

La Dea era la "Mater Matuta", antica divinità italica dell'aurora e della nascita e le "madri" rappresentavano "ex' voto"; un'offerta propiziatoria e l'espressione di un ringraziamento per la concessione del sommo bene della fecondità.
Le "madri" del Museo di Capua sono un raro documento in Campania di scultura pre-imperiale e con forte realismo, ad esprimere più il carattere, il contenuto e la destinazione dell'opera che non  aspetti formali.

Cronologicamente si situano dal VI al II sec. a.c. ma alcuni esemplari sono da attribuirsi ad epoche precedenti, paragonando la loro arcaicità a quella dei monumenti preistorici, tali da essere definiti i prodotti più ingenui della scultura di tutti i tempi e di tutti i luoghi.


SALA V

Nel sacrario del Museo Campano è custodita la più singolare delle sue collezioni: quella delle statue in tufo delle Matres.

Rinvenute dove sorgeva un templum orientato secondo i quattro punti cardinali dedicato, si pensa, alla grande madre Iovia Damusa o Bona Dea patrona delle partorienti che si è voluto anche identificare con Cerere, dea della crescita, con riferimento alla fertilità non solo agraria ma animale ed umana. 

Altri hanno voluto riconoscervi la Mater Matuta, onorata a Roma con le feste Matralie.

Anche essa preposta alla fertilità e quindi giustamente venerata a Capua, capitale della Campania Felix feconda sia in riferimento alla fertilità della terra che alla prolificità muliebre.

In esposizione gli unici elementi architettonici del tempio rinvenuti; ad una parete la ricostruzione del trono eseguita da Herbert Koch.


SALA VI

In posizione prospettica una donna seduta, rivestita da una tunica o un lungo mantello e che regge in braccio e sul grembo uno o più bambini in fasce in atto di offrire se stessa e la sua prole alla divinità tutelare. 

Esse costituiscono non solo la più singolare stipe sacra che sia mai emersa dai depositi di un santuario italico ma un complesso di produzione scultorea unico in tutta la Penisola.

Nella stilizzazione scarna ed essenziale, ingenua e possente, le matres di Capua mentre sono uno dei prodotti più tipici ed originali della creatività italica.


SALA VII

A destra entrando e al centro le due "Madri" più prolifiche rappresentate nella collezione. Ambedue con dodici figli; datate II - I sec. a.c. 

Nella prima va notato lo "sforzo dell'esecutore di rendere morbidezza e movimento nel panneggio. Inoltre i fanciulli, sei da una parte e sei dall'altra sulle braccia materne, sono disposti singolarmente l'uno sull'altro come a ventaglio avanti al petto della donna". 

Nella seconda, il cui volto presenta uno strato di ingessatura moderna, si notano "proporzioni molto accentuate; grande preminenza dei seni sulle braccia quattro e quattro bambini dai tratti rozzi, altre due coppie adagiate in grembo con i piedini contrapposti".


SALA VIII

Sulla parete di fondo al centro una donna seduta su trono, la Dea del santuario (V-IV sec. a.c.).

Sulla mano sinistra una melograna, nella mano destra una colomba; il busto ampio e robusto é coperto da una tunica molto aderente cinta alla vita da un laccio annodato davanti. 

Alla sua sinistra la scultura più antica della raccolta, dalle forme primitive ed ingenua senza distinzione fra corpo e vesti. "E' un parallelepipedo appiattito sul quale sono appena sbozzati i seni, le due braccia, un bimbo giacente sulle ginocchia della madre seduta. Opera indatabile, la sua rozzezza é pari a quella dei monumenti preistorici". 

Alla destra una rarissima scultura del santuario raffigurante una sfinge accovacciata sulle zampe posteriori con ali semipiegate e cinque coppie di mammelle di arte ellenistica.

Al centro, una tra la più singolari sculture. 
La donna regge un solo bambino; i suoi capelli sono resi convenzionalmente e sul corpo é appena delineata la veste; vistose sproporzioni dell'insieme con grande sviluppo delle spalle e gambe brevi. 

E' datata tra il VI e il V sec. a.c..

(A nostro avviso di molto antecedente, lo capirebbe anche un bambino. Nella figura gli unici simboli importanti sono il seno e il bambino. E' la Dea Natura che nutre).


SALA IX

Ancora sculture di "madri" e sulle mensole frammenti di esse.



COMMENTO

Qualcuno le ha definite Madri, ma sono DEE MADRI, altrimenti avrebbero fatto i padri i cugini i nipoti ecc. Bisogna essere in mala fede o decerebrati per sostenere ancora questa storia.



LA STATUA DI CHIANCIANO

Venne scoperta a Chianciano (Siena) nel 1846-1847 da Luigi Dei in un terreno a 1 krn. a sud di Chianciano, in località 'La Pedata'. La statua risaliva al 450-440 a.c

La statua-cineraria aveva subìto un primo restauro nell'800, integrando parti mancanti con tasselli della stessa 'pietra fètida' della scultura (arenaria a grana finissima, delle cave vicino Chiusi), con polvere di pietra fètida e gomma organica.

Per i danni arrecati dall'alluvione del 1966, fu necessario un nuovo restauro, con tecnica e rigore scientifici, che ha permesso di discernere le parti autentiche del monumento dai posticci che vennero eliminati.

La statua femminile, che regge sul grembo un bambino avvolto in un panno, è seduta su un trono cubico con braccioli a forma di fingi accovacciate con ali aperte.

La testa, mobile, fungeva da coperchio; ugualmente mobili sono i piedi.

Il corpo fu probabilmene ricavato da un unico blocco di pietra.

Nell'interno della statua, secondo Milani, furono rinvenuti l'oinochòe plastica a testa femminile e lo spillo d'oro con decorazione granulare, conservati nella vetrina adiacente.

La statua-cinerario venne definita Bona Dea; Tujltha, Dea degli Etruschi protettrice dei morti, Proserpina; o Mater Matuta, ma con tutta probabilità rappresenta una defunta con il suo bambino (sig!).
La discrepanza tra l'esecuzione della testa e quella del corpo, frequentissimo nell'arte etrusca, anche nelle figure dei defunti sui coperchi delle urne, fa pensare che siano stati prodotti in botteghe diverse. 

Il corpo, massiccio, si stacca appena dal blocco cubico del trono; il panneggio è reso con vivo plasticismo e senso volumetrico soprattutto sulle gambe.

Molto bella la testa, con capelli spartiti sulla fronte, trattenuti da una tenia e ricadenti sulle tempie in bande ondulate; volto ovale con grandi occhi a mandorla, palpebre pesanti, naso diritto, labbra carnose, che ne accentuano l'espressione serena e pensosa, come nella grande arte greca del V sec. a.c.

La datazione oscilla tra la metà del V ed il IV sec a.c.

Gli oggetti del corredo (la oinochòe a testa femminile, datata dal Beazley a1 470-450 a.c. e lo spillo d'oro granulato, datato nel 2° venticinquennio del V sec.a.c.) ed i dati iconografici sembrano confermare la datazione della Mater Matuta al 450-440 a.c.

Per il suo uso come cinerario, la Mater Matuta si collega ai canopi chiusini.



LA MATER MATUTA CANOPO

La differenza di esecuzione tra testa e corpo, evidenziando l'accuratezza della testa fa pensare che la morta venisse ritratta applicandola al corpo della Mater Matuta, il che è confermato anzitutto dalle due sfingi accovacciate che ne fanno una Potnia Thera, la Signora delle fiere, dai piedi mobili, sostituibili con sandali, o zampe di leone, o zampe di sirena (zampe d'uccello) o piedi nudi, come in questo caso.

Non potendosi spiegare altrimenti i piedi mobili è evidente che la bottega cercava di accontentare ogni richiesta a seconda dell'aspetto della divinità.

Che la morta, o il morto, venisse accolto nel canopo della Dea era il ritorno alla Madre Terra e non certo un'allusione alla defunta, anche perchè sarebbe occorsa una assurda strage di madri morte tutte insieme e insieme ai loro neonati.

Inoltre il diadema che orna la fronte delle sfingi e una tenia, ossia un nastro a doppio giro intrecciato ai capelli, che si annoda sul capo con un effetto diadema sulla fronte della donna ne sottolineano il carattere illustre e divino.



FORTUNA MAMMOSA

La Fortuna Mammosa aveva un santuario o un altare in quella parte di Roma chiamata Regio XII, tra la porta Capena, sul colle Celio (vicino al boschetto del Camenae) e le Terme di Caracalla, nella parte meridionale della città. Il santuario era abbastanza o famoso abbastanza da diventare un punto di riferimento per la strada che lo raggiungeva chiamato appunto il Vicus Fortunae Mammosae.

Il termine Mammosa è formato dalla radice mamma latino, che significa "seno", con il suffisso-ose, cioè "ricco di", "pieno di", o "ricco". Sembra che la Fortuna mammosa fosse connotata da vari seni , come l'Artemide di Efeso. Probabilmente la Fortuna Mammosa era una Dea dell'abbondanza e nutrimento, che aiutava le madri ad avere latte per nutrire i figli, connessa comunque a una Dea della natura.

L'Artemide di Efeso era anch'essa una grande Dea della fecondità e della fertilità, rappresentata in forma arcaica con il corpo inguainato in una gonna decorata, con una corazza inghirlandato, e una corona murale in testa. La sua caratteristica più importante, tuttavia, è che il suo busto coperto di seni, una dozzina o più, che le avevano portato il nome di Artemis Polymastos ("Artemis dai molti seni") e Multimammia nell’ambito italico, ove era anche identificata con Diana Nemorense.



MAJA MAMMOSA

Anche Maja fu una Dea Mammosa, anzi una Mamma Mammosa - cioè la natura visibile. Come Mamma Mammona invece, rappresentava la natura invisibile, ovvero l'energia divina che la governa.
Naturalmente il cattolicesimo la trasformò in demone, Mammona è il nome del diavolo, un nome un po' strano, visto che richiama una qualità molto materna...

Non avendo capezzoli, qualcuno le ha identificate come uova, altri con i testicoli di tori sacrificati. Le studiano tutte le idozie per non ammettere la cosa più semplice, e cioè che si trattasse di seni, di molti seni.

Notiamo poi che nei Castelli Romani, soprattutto a Frascati in alcune feste c'è la tradizione della pupazza frascatana, un biscotto al miele a forma di donna con tre seni (“due per il latte ed uno per il vino”, si dice) in realtà un ricordo della Diana Nemorense mammelluta, o di qualche santuario con Dea analoga.

La Matuta è la Mater Matuta, la natura, sorgente di luna e sole. Pur essendo vergine aveva molti amanti, si concedeva a tutti, come la terra accogliente, donatrice e prolifera. Regina del Cielo e Vacca Celeste, Dea della Terra, Signora delle Montagne e Padrona dei Campi, era nata dalla spuma del mare, come sirena o leviatano, abitatrice delle acque primordiali.



MATUTA

Ma questo nome che ha come radice MAT ha un significato simile in tutta la terra.

- MATTATOIO è il luogo deve si uccidono gli animali.
- La MATTANZA è invece quella dei tonni.
- MATTO è colui cui è morta la ragione.
- Per gli spagnoli MATAR significa uccidere.
- La Dea egizia MAAT era Dea della ragione,
e da lei ebbe origine la parola MATEMATICA.
- Dalla stessa radice la parola MATERIA.
- Ancora legata alla madre è la MATRICOLA.
- La MATRICE è colei che opera come una madre.
- MATER è il nome latino della madre.
- MOTHER è madre in inglese.
- MATHAIR la madre in irlandese.
- MATI madre in slavo.
- MERE madre in francese.
- MADAR madre in sanscrito.
- MAI madre in portoghese.
- MUTTER madre in tedesco
- MATRIMONIO unione che procede dalla madre


LA MATER MATUTA

E' l'altro lato della Mamma Mammosa, quest'ultima provvede al nutrimento dei viventi, è la natura profilifica, che fa germogliare le piante e figliare animali e umani.




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1 commenti:

Filomena Barata on 17 marzo 2016 14:52 ha detto...

Grata por este artigo.

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