lunedì 27 maggio 2013

MATRIARCATO SARDO - II



I PRENURAGI - I LACONI

Qui sotto, nel museo di Laconi, si osservano vari menhir, tra cui in primo piano una stele menhir con una Dea (o sacerdotessa) stilizzata sotto a cui compare un antico pugnale.

da LACONI (NU) - IL MUSEO DELLE STATUE-MENHIR 

"A Laconi esiste un museo della storia prenuragica sarda con "statue-menhir" del periodo che va dal VI e il IV secolo a.c. In Sardegna è possibile trovare ancora oggi, molto ben conservate grazie anche al clima secco, forme di arte di culto prenuragica, spesso e volentieri legata alla Dea Madre, la prima vera forma divina che l'uomo ha mai venerato. In questo museo troviamo quanto è stato scoperto nelle zone degli altipiani del Sarcidano, aprendo il capitolo dell'età della pietra levigata, perchè gli allevatori nel periodo Neolitico/Eneolitico scolpivano i massi che popolavano la terra sarda. E' successiva la realizzazione, sempre utilizzando la pietra, di arcaiche figure oltre che femminili, anche maschili.

Abbiamo così capi di villaggi, eroi o personaggi che si sono distinti per qualche azione particolare. Nascono i menhir protoantropomorfi, seguiti da quelli antropomorfi fino a raggiungere una sorta di perfezione preistorica umana con le statue-menhir. Queste grosse pietre scolpite si possono trovare ancora oggi in diversi punti della Sardegna, spesso distribuiti secondo sequenze precise, con lo scopo di creare un complesso sacro, o con altri scopi a noi oggi sconosciuti."




I MENHIR 

 Catalogati 4 diversi gruppi di menhir a seconda del periodo e del perfezionamento di scultura. Somigliano straordinariamente ai megaliti della Lunigiana, con l'identico coltello a rilievo in basso alla stele. In alto predomina il gesto dell'invocazione alla Dea con le braccia spalancate ed arcuate. Essendo concomitanti la Dea con il pugnale sembra evidente il simbolismo della terra che abbraccia fino a chiudere un ciclo che termina con la morte.

La caratteristica del periodo matriarcale è che vi si legge un continuo rimando ai cicli di vita e morte, che non veniva vissuto a mo' di tragedia come oggi, perchè non avendo una mente molto strutturata, e soprattutto seguendo l'istinto femminile delle sacerdotesse, gli uomini non ritenevano la morte la fine di tutto. Chi ha paura di morire è la mente e non l'anima, perchè questa sa molto più di noi. pertanto se siamo in contatto con la nostra anima comprendiamo noi stessi, il mondo e i cicli, se non ne siamo a contatto non resta che la fede artificiale o la disperazione.

Per alcuni atei però la morte viene colta come una felice liberazione, cosa che i cattolici negano pretendendo di conoscere l'altro più dell'altro stesso, e negano perchè non comprendendo gli altri, li fanno a loro immagine e somiglianza, non ipotizzando che possano essere diversi da loro. E siccome loro hanno paura della morte, giurerebbero che tutti debbano averne paura.



NURALLO 

"Nel secolo scorso Nurallo, in una zona già celebre per i suoi depositi di bronzo, verso gli anni '60 anni si rinvennero importantissimi reperti, in particolare due bronzetti rappresentanti un Sardus-Pater ed una Dea, oltre una quantità notevole di stagno e piombo che unitamente ad un edificio circolare che ha restituito i materiali, delineano una fonderia. Sono presenti a decine i nuraghi: Poiolu, Nieddiu, Tramalizu, Frumiga, Pranu de is faas, ecc.

In località Nieddiu, nei pressi del nuraghe, c'è un pozzo sacro che, seppur dotato di rinforzi edilizi in calce di epoca punico-romana, risale nelle sue origini al periodo nuragico. Di notevole importanza è la tomba megalitica di "Aiodda" nell'omonima località, recentemente portata alla luce dagli scavi, una delle più grandi del Mediterraneo. Il monumento inoltre ha restituito diversi Menhir, monili e reperti diversi di notevole valore. Resti punici si ritrovano su tutto il territorio, in particolare a "sa Bidda Becia('idda 'ecia" (il vecchio paese). Sono presenti dei resti del I - III secolo d.c. fra i quali una necropoli".



NECROPOLI DI SU CROCIFISSU MANNU 

La necropoli ipogeica di Su Crucifissu Mannu è un sito archeologico della Nurra, nella Sardegna nord-occidentale che si situa in mezzo a imponenti monumenti preistorici come il Monte d'Accoddi, Li Lioni, Sant’Ambrogio, Su Jaiu, Spina Santa e Marinaru, i dolmen e menhir di Frades Muros, oltre ad una decina di nuraghi.

 Il sepolcreto, scavato nella roccia calcarea, accoglie ventidue domus de janas, risalenti al IV millennio a.c., fino al III millennio a.c. ed intensamente utilizzate sino al 1.500 a.c.. Le tombe sono composte da più vani comunicanti e vi si accede attraverso un pozzetto o calatoia oppure da un corridoio orizzontale, il dromos, simile a quello delle tombe etrusche.

Lungo le pareti della stanza principale, spesso a pilastro centrale, come nelle tombe etrusche e villanoviane, si aprono le celle più piccole che talvolta si diramano ad altri piccoli vani, fino ad arrivare a ben 14 vani.

 Si può capire che le tombe riproducessero la casa, certamente in fango e legna, ma tuttavia ben articolate, il che prevedeva una società evoluta e ben organizzata, con bisogni di spazi e di separazioni, come solo si trovano in società altamente evolute.

Le stanze sono decorate con protomi taurine (la Dea vacca classica del matriarcato) e con gradini, portelli sagomati, architravi a bassorilievo e la falsa porta, allusione alla possibilità di accedere a una dimensione non fisica (come del resto nelle necropoli etrusche). Dal sito sono emersi tra l'altro tre ido­letti cicladici con la figura della Dea Madre e nessun altro idolo, il che conferma la società matriarcale.



NECROPOLI DI PONTE SECCO 

La necropoli ipogeica di Ponte Secco è un sito archeologico situato anch'esso nella Nurra, vicino ai grandi monumenti già citati, segno di una grande società matriarcale che si era estesa in grandi spazi Essa si estende sul fronte di un piccolo affioramento calcareo lungo circa 450 m e accoglie tredici tombe ipogeiche del tipo a domus de janas.

Alcune sono accessibili attraverso un pozzetto o calatoia (a proiezione verticale), altre mediante corridoio orizzontale detto dromos (a proiezione longitudinale). Il numero di vani varia da un minimo di tre ad un massimo di quindici. Come le altre domus quelle di Ponte Secco sono decorate coi particolari architettonici delle abitazioni, (travi, architravi, stipiti, pilastri, cornici e zoccolature) insomma delle case..

Il singolare ingresso circolare della Tomba III inquadra perfettamente l'altare di Monte d'Accoddi che si scorge in lontananza. Viene da chiedersi se vi fosse poi tanta differenza dalle tombe etrusche, anche queste ripetevano l'interno della casa, e anche queste spesso si presentavano come necropoli rupestri, come si vede nei due esempi.


Tomba delle protomi 

Nonostante il crollo di una parte del soffitto, unico ad avere un ingresso leggermente sopraelevato rispetto al piano di campagna, presenta una pianta complessa composta di quattordici vani, distribuiti intorno a due ambienti centrali, per una superficie di circa 80 m2.

Al suo interno ricche ornamentazioni parietali scolpite a rilievo, costituite da due tavole d'offerta, dodici rappresentazioni di protomi taurine e, sempre in rilievo, ventuno figure di natura zoomorfa in stile naturalistico. Il sito è stato oggetto di indagini archeologiche nel 1952 da Ercole Contu (tomba I), nel 1970 da Antonello Baltolu (tomba II) e nel 1979 da Maria Luisa Ferrarese Ceruti sulle tombe III, IV e V. Durante gli scavi, oltre ai resti di inumati preistorici, vennero riportati alla luce materiali di notevole interesse tra i quali un frammento di idolo di Dea Madre in calcare bianco e una punta di freccia in selce, ed inoltre "brassard" (bracciali da arciere), elementi di collana e bottoni perforati, pendagli di canini di volpe, frammenti di vasi, il tutto riconducibile alla cultura di Ozieri (3200-2800 a.c.) e del Vaso campaniforme (2100-1800 a.c.), periodi a cui il sito viene ascritto.
L'idolo calcareo della grande Madre conferma il carattere matriarcale del sito e dell'epoca.




DOMUS DE JANAS 

 Le domus de janas sono sepolcreti preistorici scavati nella roccia, alcuni con oltre 40 tombe. In sardegna ve ne sono diversi come il complesso ipogeico di Anghelu Ruju presso Alghero, con 36 ipogei; quello di Pani Lorigapresso Santadi; quello di Sant'Andrea Priu nei dintorni di Bonorva; quello di Puttu Codinu a Villanova Monteleone. Altre Domus de janas non meno importanti per estensione ed interesse archeologico si trovano in altre aree della Sardegna. Alcuni di essi, come per esempio il complesso ipogeico di Pimentel in Trexenta, non sono stati completamente scavati e sono ancora parzialmente interrati.

Altri meno importanti sono locati in zone diverse. Il termine domus de janas è stato tradotto in case delle fate, riconducibili alle Janas o Jannare, sacerdotesse di Jana, o Diana, il cui culto permase per almeno 1500 anni d.c. e talvolta, in forme sciamaniche. fino ad oggi. Dal Neolitico recente all'Età del Bronzo antico, queste strutture prenuragiche caratterizzarono tutte le zone della Sardegna. Ne sono state ritrovate più di 2.400, circa una per km 2, e molte rimangono ancora da scavare. Spesso sono collegate tra loro formando autentiche necropoli sotterranee con un comune corridoio d'accesso (dromos) ed un'androne spazioso ed alto.

 Le genti della Cultura di Ozieri in quel periodo si diffusero su tutta la Sardegna portando pace, arte e agricoltura, adoratrici della Dea Madre di cui sono state rinvenute moltissime statuette in queste sepolture e nei luoghi di culto.Risalgono al IV ed il III millennio a.c. durante il periodo in cui sull'isola si diffuse la Cultura di Ozieri (Neolitico finale 3200-2800), ma gli scavi effettuati nella necropoli di Cucurru is Arrius, presso Cabras, hanno retrodatato le sepolture al Neolitico medio 4000-3400. Si possono perciò trovare grotticelle a forma di capanna rotonda con il tetto a cono, ma anche con spazi rettangolari e tetto spiovente, provviste di porte e di finestre. Le pareti venivano spesso ornate con simboli magici in rilievo, rappresentanti corna stilizzate, spirali e disegni geometrici. Accanto alla decorazione in rilievo compare anche quella incisa e quella dipinta, quest’ultima documentata in particolare nella celebre tomba di Mandra Antine di Thiesi.

Compaiono motivi lineari e geometrici, quali zig-zag, spirali, dischi. Nella Domus de janas di Montessu i corpi venivano deposti in posizione fetale con accanto oggetti di uso comune facenti parte del corredo terreno del defunto evidentemente per il viaggio ultraterreno. Nel tempo i corredi funebri venivano rimossi per far luogo a nuove deposizioni. L'archeologo Giovanni Lilliu aggiunge: « ... i cadaveri erano sepolti, non di rado, sotto bianchi cumuli di valve di molluschi. Ma tutti portando con sé strumenti e monili della loro vita terrena: punte di frecce di ossidiana, coltelli e asce di pietra, ma anche collane, braccialetti ed anelli di filo di rame ritorto, e tante ceramiche». Secondo altri il corpo veniva lasciato all'aperto per scarnificarsi e solo dopo veniva riposto nelle grotticelle.



IL CRISTIANESIMO 

Necropoli di Is Loccis Santus.

L'accesso è costituito da un lungo corridoio che immette in una anticella per poi raggiungere una cella centrale sulla quale si affacciano le varie cellette funerarie. Oltre alla cultura di Bonuighinu e a quella di Ozieri, anche le successive culture prenuragiche utilizzarono le domus de janas. Sporadicamente furono occupate anche durante la Civiltà nuragica ed in età storica.

Il caso più conosciuto e quello della necropoli di Sant'Andrea Priu a Bonorva utilizzata come chiesa per quella ossessiva abitudine cristiana di cancellare ogni traccia delle culture religiose più antiche, magari preistoriche, onde predominare incontrastata e unica.

 I POZZI SACRI ALLA DEA MADRE 

"Sull'isola sarda esistono migliaia di reperti megalitici di origine sconosciuta, dai nuraghi ai pozzi sacri alla Terra. Ma qual è la simbologia di questi luoghi d'acqua? E perché la Dea Madre sembra diventare "Moglie"? Il Pozzo di Santa Cristina, a Paulilatino, in provincia di Oristano: il pozzo sacro meglio conservato della Sardegna. La forma riproduce gli organi sessuali femminili, con tanto di grandi labbra esterne, piccole labbra (la struttura a forma di chiave), la vagina, l'uretra e il clitoride. Un'apertura trapezoidale, clamorosa e inequivocabile, conduce, attraverso una scalinata perfettamente levigata, al pozzo interno in cui sgorga l'acqua sacra e curativa. Il complesso è allineato con la Luna in modo tale che ogni 18 anni e mezzo circa la luce del satellite naturale vada a riflettersi nell'imboccatura trapezoidale. Il particolare è importantissimo perché si riferisce alla durata esatta dell'Anno Lunare astronomico e si può equiparare al concetto di generazione.

Ogni 18 anni una nuova generazione umana è pronta al concepimento, al rinnovamento della popolazione. Si tratta di un rito sociale prima ancora che naturale. Il pozzo ha una lunghezza complessiva di 9 m ed è scavato fino a m 6,5; la scalinata di accesso ha 18 scalini (chiaro riferimento lunare). La fonte è sormontata da una cupola a tholos, un imbuto rovesciato che esternamente appare come una piccola apertura e che invece internamente mostra dimensioni ragguardevoli. La terra madre diviene anche moglie, figlia, nel pieno rispetto dell'ideale della Triplice Dea.

L'aspetto legato al piacere sessuale è estremamente importante. Il clitoride è un organo analogo al pene maschile ed è la principale (se non unica) sorgente dell'orgasmo femminile. La cultura patriarcale ha da sempre demolito quest'idea, legando il piacere femminile esclusivamente alla penetrazione, in una logica riproduttiva; al contrario il paganesimo e le streghe praticavano usanze diverse dalla penetrazione maschile, puntando maggiormente sull'amore e sul piacere che non sull'aspetto generativo. Ecco così due filosofie distinte, quella pagana che pone l'accento sulle sensazioni della donna e sul suo diritto a provare l'orgasmo, come l'uomo; dall'altro quella patristico-cristiana che nella sua logica di cancellazione dell'Antica Religione, opera attraverso una demolizione sistematica degli aspetti femminili, primo fra tutti la sessualità. Il sesso così diviene "peccato" e il piacere, specialmente quello delle donne, "un abominio". Fino a metà del XX Secolo questa concezione fu dominante in tutto l'Occidente e ricordiamo con orrore le considerazioni della psicanalisi, come quelle di Freud, secondo cui il clitoride era un residuo evolutivo senza valore da rimuovere alla nascita.

Ancor oggi comunque sono migliaia i casi di bambine operate di clitoridectomia, versione industrializzata dell'infibulazione africana… Queste tristi (se non criminali) pratiche sono il frutto di secoli di dominio patriarcale, un dominio che ha condotto il pianeta sull'orlo della distruzione. La cupola interna assume una valenza di coppa, il Graal delle leggende medievali altro non sarebbe che il ventre della Madre Terra.

 La Dea Madre Sarda viene stilizzata in un aspetto cruciforme, con il naso a becco a sottolinearne l'origine avicola della primigenia Dea Uccello e i seni prominenti. Il Pozzo di Santa Cristina invece racconta di un'esaltazione della femminilità e di un suo rispetto religioso e sacrale. Qualche studioso ha voluto vedere nell'acqua dei pozzi sacri sardi il liquido amniotico ma si tratta letteralmente di liquido vaginale, il normale liquido che tutte le donne possiedono. L'acqua sacra sarebbe quindi la parte più intima e privata del pianeta, recuperarla per berla e utilizzarla a scopi umani avrebbe il significato simbolico di avere un rapporto sessuale con la Terra, la quale "godrebbe" nel soddisfare i bisogni dei suoi abitanti, nel dare amore e nel riceverlo.

Si creava così un rapporto di amore tra gli esseri umani e il pianeta, che non si limita a garantirne la sopravvivenza come madre ma, come moglie, in un certo senso supera il senso dell'amore incondizionato materno, realizzando un rapporto più complesso di quello madre-figlio, che implica diritti e doveri diremmo "coniugali" da entrambe le parti. Il concetto di Triplice Dea, legato tanto alla Luna quanto alla Terra, spiega perfettamente la visione delle tre età della donna e degli aspetti della sua femminilità da rispettare. A Santa Cristina, in definitiva, la Terra diviene nostra consorte e ci offre la sua intimità…

La stessa analisi si può rinvenire in un altro pozzo sacro, quello di di Santa Anastasia (o di "Puttu de is dolus") che si trova all'interno del paese di Sardara, in provincia di Cagliari. Questo pozzo è un po' più piccolo di quello di Paulilatino (6 m X 5 di profondità) ed è anche meno curato, per via delle pietre grezze e non rifinite. Vanta la solita apertura trapezoidale, e una scalinata con dodici scalini. Tredici scalini invece ha un altro pozzo sacro, quello di Santa Vittoria di Serri, in provincia di Nuoro, che è anche attualmente il complesso dimensionalmente più grande (11 m). Santa Vittoria ha un aspetto più simile a Santa Cristina, anche se mostra la volta a tholos crollata e quindi è andato perduto l'allineamento lunare. Secoli di dominio cristiano non hanno cancellato le tracce e anzi mano a mano che si studia il territorio sardo, emergono altri pozzi, come la fonte sacra di Su Tempiesu che si trova in territorio di Orune, in provincia di Nuoro; la piccola fonte sacra di Funtana 'e Baule, a Ittireddu, in provincia di Sassari; il pozzo sacro Milis, a Golfo Aranci in provincia di Olbia-Tempio.

La questione si intreccia con il discorso sull'origine del primo popolo indoeuropeo insediatosi nel Mediterraneo, i Liguriin un'area che andava dalla Spagna (Cadice) fino all'Italia, alla Campania per la precisione. Chiaramente la Sardegna, e la Corsica, si trovavano nel centro di questo tratto di mare e non è assurdo pensare che sia stato questo popolo antico di 25000 anni il primo colonizzatore dell'isola.  La simbologia trapezoidale è talmente evidente che ci stupisce che nessun archeologo abbia potuto avanzare un'ipotesi di analogia costruttiva tra i pozzi e l'Antro della Sibilla di Cuma, in provincia di Napoli, che è l'esempio più evidente di cavità a trapezio. Una forma che secondo alcuni archeologi è un anticipo dell'arco e che noi abbiamo dimostrato essere utilizzata in moltissimi luoghi nel mondo, tutti accomunati dalla presenza di pietre megalitiche.

E la Sardegna di megaliti ne ha migliaia, 3 o 4 mila, Gli studiosi affermano che i pozzi sacri sono stati costruiti intorno al 1000 a.c. dal popolo dei Nuraghi, ma strutture analoghe sono state trovate in Russia e nell'area caucasica in tempi ben più remoti (almeno il 2500 a.c.). I primi uomini Sapiens-Sapiens a popolare la Sardegna in realtà furono i Crô-Magnon risalenti a 16000 anni fa rinvenuti nella grotta di Corbeddu a Oliena. L'isola nella sua storia ha subito decine di invasioni e di colonizzazioni. Però i primi Sardi furono gli abitanti dell c.d. "Civiltà cardiale" che si sviluppò fino a 4500 a.c.; le successe la Civiltà di Bonu-Ighinu durò fino al 3500 a.c., mentre la Civiltà di San Michele giunse fino al 2700 a.c..

Gli Shardana, popolo navigatore e guerriero, giunsero più tardi e assimilarono le popolazioni autoctone, distruggendo alcune tradizioni e imparandone altre. Occuparono i nuraghi, trasformandoli in fortezze difensive, e prosperarono almeno fino al 500 a.c., quando l'isola fu conquistata dai Cartaginesi. Ma una parte dei Sardi originari, di origine ligure a nostro parere, emigrò verso l'Italia continentale: è stato dimostrato da autorevoli studiosi come gli Etruschi siano fortemente imparentati con alcuni Sardi odierni e che ne ereditino in un certo senso l'impronta culturale. Se esiste una similitudine tra tutti questi popoli è di matrice culturale più che razziale o genetica. Non si può parlare di una razza bianca indoeuropea, così come non esiste una vera razza sarda o etrusca. Già nell'antichità, come oggi, gli esseri umani sono il frutto di un incrocio di molteplici genealogie e la diversità genetica è sempre stata una caratteristica vincente, che rendeva per persone più protette dalle malattie. Il discorso va quindi puntato su un piano culturale, antropologico.

Liguri, Sardi, Etruschi: non importa la loro provenienza, importa il loro culto, le loro credenze, la loro impostazione filosofica. In tutti emerge il senso di una Madre Terra legata al Sole e alla Luna, legata alla fertilità, senza dubbio, ma anche alla sessualità. I




NURAGHI 

 Su Nuraxi Strutture megalitiche tronco coniche sparse su tutto il territorio della Sardegna, caratteristiche della Civiltà nuragica, che risalgono al II millennio a.c., dal 1800 a.c. fino al 1100 a.c. Riscontrabili solo in Sardegna, sono le costruzioni megalitiche più grandi e meglio conservate d'Europa, nel numero di oltre settemila, probabilmente anticamente più diffusi. In alcune zone sono dislocati a poche centinaia di m l'uno dall'altro, e dal 1997 il complesso nuragico polilobato Su Nuraxi, presso Barumini, è stato classificato dall'UNESCO Patrimonio dell'umanità. Le ragioni addotte: « Nell'ultima parte del II millennio nell'Età del Bronzo, si sviluppò nell'isola della Sardegna un particolare tipo di struttura chiamata oggi nuraghe.

Il complesso è costituito da torri circolari in forma di tronco di cono, realizzate con pietre di notevoli dimensioni (progressivamente più piccole man mano che aumenta l'altezza), con camere interne voltate a pseudo cupola. Il complesso di Barumini, che fu ingrandito e rinforzato nella prima metà del I millennio, è il più bello ed il più completo esempio di questa straordinaria forma di architettura preistorica..... considerando il nuraghe una eccezionale risposta alle condizioni politiche e sociali facendo un uso creativo e innovativo dei materiali e delle tecniche disponibili presso la comunità preistorica dell'isola. » nuraghe santu antine Molti storici ritengono che i nuraghi fossero solo edifici a carattere civile-militare, destinati al controllo e alla difesa del territorio e dei loro beni. Tenendo presente che esistono nuraghi costruiti in pianura, sulla sommità di colli, ma anche nei fianchi riparati e non panoramici dei monti, è difficile comprenderne la funzione.

Quelli sulle vette dei colli, a torre semplice, forse erano torri di avvistamento in successione visiva, mentre i grandi complessi, a più torri attorno a una torre naggiore ed un cortile, dovevano probabilmente ospitare una comunità.

 Forse si trattava di una fortezza, un edificio tipo parlamento, un santuario, la residenza del capo del villaggio, o varie combinazioni fra queste possibilità come l'esempio della reggia nuragica di Su Nuraxi che ha un cortile, un pozzo ed una cisterna interni, forse per resistere agli assedi. Nuraghe Su Nuraxi.jpg Su Nuraxi Oggi gli studiosi propendono per una destinazione religiosa, anche perchè la maggior parte dei nuraghi è formata da un'unica torre, in cui una scala interna porta al tetto, oppure al secondo piano, coperto sempre a volta (la falsa cupola), fino a raggiungere anche i 20 m di altezza.

Le loro mura di pietra hanno un enorme spessore che arriva fino 4 o 5 m, con un diametro esterno fino a 30-50 m alla base, rastremandosi con l'aumentare dell'altezza, formando un tronco di cono la cui inclinazione è più accentuata nelle torri più antiche.

 I grossi blocchi di pietra venivano squadrati e sovrapposti a secco, in modo circolare, senza utilizzo di malte. Più si va in alto più i blocchi sono piccoli e meglio lavorati. La parte superiore era occupata da una terrazza alla quale si accedeva da una scala elicoidale, illuminata da feritoie, che girando internamente alle mura portava alle camere. La porta di ingresso dà su un un corridoio con nicchie laterali che conduce ad una camera rotonda, la cui volta è formata da anelli di pietre che si restringono progressivamente, andando a chiudersi secondo la tecnica della volta a tholos.


Nuraghes a corridoio 

 con base irregolare, al loro interno non ospitano la grande camera circolare tipica del nuraghe, ma uno o più corridoi, e qualche rara celletta coperta a "falsa-volta".


Nuraghes monotorre a tholos 

I più semplici ed i più consueti, hanno un'entrata con architrave che porta a un corridoio con almeno una nicchia, e che conduce poi alla sala principale, di forma circolare, a copertura ogivale s tholos.


Nuraghes a tancato 

Alla torre unica si aggiunge un'altra torre con un cortile comune con un pozzo. Successivamente si aggiungono altre torri fino a farne complessi polilobati.


 Nuraghes polilobati 

Come fortezze con varie torri unite tra loro da bastioni, fino a 17 torri come nel nuraghe Arrubiu ad Orroli, e dalle mura spesse alcuni metri, una specie di capitale della regione.


Villaggi nuragici 

I nuraghi avevano pareti di pietra, tetto in tronchi e rami, spesso intonacate all'interno con fango o argilla, e alcune isolate col sughero. Per ultimo si sviluppò la capanna a settori, divisa in piccoli ambienti affacciati su un cortiletto e con un forno per la panificazione. Reggia Santu Antine Fra gli edifici pubblici le cosiddette capanne delle riunioni, provviste di un sedile in pietra alla base e destinate alle assemblee dei notabili.



LA CIVILTA' NURAGICA - ERCOLE 

Secondo lo Pseudo Aristotele: «Nell'isola di Sardegna si trovano edifici modellati secondo l'antica tradizione ellenica, e molti altri splendidi edifici, e delle costruzioni con volta a cupola con straordinario rapporto delle proporzioni. Si ritiene che queste opere siano state innalzate da Iolao figlio di Ificle nel tempo in cui, portando con sé i Tespiadi figli di Eracle, trasferì la colonia per condurla via dai loro luoghi di origine verso quelle contrade, poiché procurava queste per il parentado di Eracle, al quale qualunque terra fosse situata verso Occidente riteneva gli appartenesse». Invece Diodoro Siculo si rifa proprio ad Eracle: «Quando ebbe portato a termine le imprese, poiché secondo l'oracolo del dio era opportuno che prima di passare fra gli dei inviasse una colonia in Sardegna e ne mettesse a capo i figli che aveva avuto dalle Tespiadi, Eracle decise di spedire, con i fanciulli, suo nipote Iolao, poiché erano tutti molto giovani».

Negli Ilienses invece è scritto che Ercole si innamorò di Jole, figlia del re Eurito. Poichè il re gliela rifiutò, lo uccise e ne distrusse il regno, portandosi via Jole. Deianìra, moglie gelosa dell’Eroe, si vendicò facendo indossare ad Ercole la camicia stregata donatale dal centauro Nesso. Ercole impazzì e si getto sul rogo. Ercole che rapisce le donne, uccide i re e distrugge i regni è l'avvento del patriarcato, violento e distruttivo. L'eroe ucciso e divinizzato è la solita storia del re morto e assunto in cielo, come Romolo. Secondo Pausania (II sec. e.v.) il nipote di Eracle condusse a colonizzare la Sardegna 48 dei 50 figli avuti da Ercole con le figlie di Tespio. Accompagnati da altri Ateniesi, i Tespiesi sospinsero con le armi gli aborigeni e occuparono le pianure più fertili, fondando alcune città (X, 17, I) Anche qui proseguono le invasioni del patriarcato, un po' come accadde a Roma, dove Ercole prese il potere. Secondo Varrone, Ercole, seguito dai principi Argei, aveva raggiunto il suolo italico stabilendosi nel villaggio fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio.

A ricordo di ciò c'erano due feste religiose: il 16 e 17 marzo una processione che percorreva i 27 sacraria (dalla regio suburana a quella Esquilina, Collina e Palatina). I 27 "sacrari degli Argei", elencati in parte da Varrone, corrispondono ad un'antichissima divisione dell'Urbe, precedente a quella delle 4 "regioni serviane" (da Servio Tullio) del VI sec. a.c. La seconda festa, detta dei Lemuria, il 14 maggio, con un'altra processione, si concludeva, presso il ponte Sublicio, con il lancio nel Tevere, da parte delle Vestali, di 24 fantocci in giunco (scirpea), rappresentanti gli Argei, il che fa pensare ad una festa di liberazione da invasori. Su questi fantocci è stato scritto di tutto: Ovidio riporta la leggenda del responso di Giove Fatidico che avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo, al tempo in cui quella terra era detta Saturnia, di offrirgli tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes.

DEA NURAGICA
Ercole avrebbe sostituito le persone con fantocci di giunco ponendo fine così ai sacrifici umani di giunco. Sempre in Ovidio il Dio Tevere spiega che il rito sarebbe invece in ricordo della pratica della sepoltura in acqua, come desiderio degli eroi argivi sul territorio della futura Roma di esser sepolti nel fiume onde poter tornare in morte al paese natale di là del mare. Dionigi invece racconta che gli Argivi gettavano gli uomini dal ponte come poi si fece coi fantocci. Ma nessuna di queste versioni convince sia perchè un rito cruento e barbaro non sarebbe stato mai ricordato dai Romani che disprezzavano le usanze barbare. Tanto meno convince l'idea delle sepolture in acqua, che era sacra sia per gli antichi Greci che per i Romani, e che non avrebbero mai inquinato le acque del Dio Tevere.

Anche Festo, nel Sexagenarius, nega il sacrificio umano dei sessagenari, la vecchiaia all'epoca era sinonimo di saggezza, tanto più che il Senato si chiamò tale proprio perchè costituito da Seniores, cioè da anziani. La versione più concreta è che gli Argei, che in epoca antichissima conquistarono Roma furono cacciati dagli stessi Romani e i loro capi gettati nel Tevere, usanza riservata ai tiranni dell'Urbe, tanto è vero che i Romani in epoca monarchica, non potendo gettare a Tevere Taquinio, ci gettarono dei covoni di grano dei suoi campi. Prova ne sia che gli Argei se ne andarono e non tornarono più, anche se i costumi patriarcali erano ormai instaurati. Altrettanto avvenne in Sardegna.




I NATIVI

Fonti romane ci tramandarono invece che le due isole furono abitate da tante etnie uniformate culturalmente, però divise in tribù, sovente confederate ma anche in contesa tra loro per il possesso dei territori più fertili.

Le più consistenti concentrazioni etniche erano gli Iolei o Ilienses, i Bàlari, i Corsi e le Civitates Barbariae, ossia le etnie che stanziavano nelle attuali Barbagie e che rifiutavano il processo di romanizzazione.

 Marco Giuniano Giustino, storico romano, raccontò che il generale cartaginese Malco nel 540 ac., nella Sardegna nuragica perse la maggior parte dell'esercito. Per questo furono esiliati Malco, e i sopravvissuti. Venne allora spedito un secondo esercito con Asdrubale, che gravemente ferito morì lasciando il comando al fratello Amilcare; questi che entro il 510 a.c. conquistò la Sardegna costiera, l'Iglesiente e la Sardegna meridionale. La Civiltà Nuragica sopravvisse nelle zone interne. Strabone conferma la sopravvivenza della cultura nuragica anche in epoca fenicio-punica e romana: racconta infatti che alcuni capi militari romani, disperando di domare i Sardi in campo aperto, preferivano tendere loro degli agguati, profittando del costume di quei barbari di raccogliersi, dopo grandi razzie, a celebrare feste comuni. nurache di serri


La Storia 

Da fonti egizie, «gli Shardana sono venuti con le loro navi da guerra dal mezzo del Gran Mare (Grande Verde), nessuno può resistergli»; Verso il 1300-1200 a.c. una coalizione di popoli guerrieri mise a ferro e fuoco il mediterraneo scontrandosi più volte con l'Egitto dei faraoni e facendo scomparire le civiltà micenea e ittita. Erano gli Shardana, genti sardo-nuragiche. «..gli Shardana del mare, dal cuore ribelle, senza padroni, che nessuno aveva potuto contrastare» avevano un equipaggiamento militare molto particolare. Usavano spade lunghe, pugnali, lance e scudo tondo, mentre i guerrieri egiziani erano prevalentemente arcieri. Portavano un gonnellino corto, una corazza e un elmo provvisto di corna, e le loro imbarcazioni erano caratterizzate da protomi animali, con l'albero simile a quanto raffigurato in alcune navicelle nuragiche in bronzo rinvenute nei nuraghi.




LA REGGIA

Solo una società gerarchicamente organizzata poteva erigere architetture così imponenti come la reggia nuragica de su Nuraxi. Questo fu detto anche per Stonenge, eppure fu datata al 700 a.c. e poi al 1500 a.c. Oggi si ipotizza molto più antecedente. I villaggi erano costituiti da capanne con base ad anello in pietra coperto da pali e canne, e si si trovavano generalmente nelle vicinanze dei nuraghi e dei pozzi sacri. Pertanto, per quanto patriarcalizzati, i nuragici conservavano ancora risvolti matriarcali, compresa la forma tonda delle costruzioni, prettamente femminile.

Nella ceramica, l'abilità ed il gusto degli artigiani sardi si manifestano essenzialmente nel decorare le superfici di vasi ad uso certamente rituale, destinati alle cerimonie, forse in alcuni casi anche ad essere frantumati al termine del rito, come le brocche rinvenute nel fondo dei pozzi sacri. Le attuali ricerche sui bronzi tentano ancora di stabilire con esattezza la loro datazione: se sono stati prodotti prima del VIII sec. a.c. e se i risultati daranno esito positivo, saranno senza ombra di dubbio di molto antecedenti alle più antiche sculture bronzee greche fino ad ora conosciute. reggia su nuraxi " La grande oscurità di questo periodo è illuminata a tratti da alcuni isolati, folgoranti ritrovamenti. Tra questi il più notevole è quello costituito da tre bronzetti nuragici, una statuetta di capo in atto di saluto, uno sgabello ed un cesto, tutti di grande significato ideologico, in quanto simboli del potere (la statuetta e lo sgabello) e dello stato femminile (il cesto), rinvenuti in una tomba villanoviana di Vulci degli inizi dell'VIII secolo a.c..

La tomba certamente femminile, come dimostrano la forma del coperchio del cinerario in forma di ciotola, le fibule ed il cinturone, forse racchiudevano le ceneri di una donna sarda di alto rango, che possiamo immaginare venuta dall'Isola in sposa ad un esponente di rango di quella società villanoviana che proprio in quegli anni si andava espandendo in maniera sensibile. Questo rapporto matrimoniale, secondo il modello arcaico, cela tuttavia altre relazioni di natura più squisitamente economica." Cosa riesce a leggere una mente maschile? Se una tomba femminile è importante è perchè la donna ha sposato un uomo di rango, lei di per sè non conta, e comunque ciò che conta è il lato economico.


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