lunedì 5 maggio 2014

SANTA FEBRONIA




Ben nove volte la Chiesa di Cristo aveva veduto gli spiriti dell’Abisso 
congiurarsi contro di Lei, e nove volte questa navicella, che non deve perire, 
era sfuggita al naufragio. Sulla terra regnava la pace. 
Diocleziano teneva nelle sue mani esperte lo scettro del mondo 
e sotto la protezione di quel principe famoso,
i cristiani godevano d’una tranquillità che fino allora non avevano conosciuta.

Gli altari del vero Dio incominciavano a disputare gli incensi agli altari degli idoli, 
le file dei fedeli aumentavano ogni giorno; gli onori, le ricchezze e la gloria non erano più 
il retaggio esclusivo degli adoratori di Giove, l’Inferno, minacciato dalla perdita del suo impero, 
volle interrompere il corso delle vittorie celesti.

L’Eterno che vedeva le virtù dei cristiani affievolirsi nella prosperità, 
permise ai demoni di suscitare una nuova persecuzione; ma, 
dopo questa ultima e più terribile prova, la Croce doveva finalmente ascendere 
sul trono dell’universo e i templi dei falsi dèi stavano per essere ridotti in polvere.”

MARTIRI, F.R.Chateaubriand (1768-1848)

Naturalmente questo è il Dio buono, cui dà tanto fastidio la prosperità perchè affievolisce le virtù, mentre gradisce molto sofferenze ed espiazioni. Vale a dire che i sacrifici umani non vanno fatti, o almeno, non si devono più fare nella carne ma si fanno nell'anima e nella mente.



CENNI STORICI

"I primi tre secoli del cristianesimo non sono stati certo un felice prologo per la Chiesa: dall’anno 64, data della prima persecuzione emanata da Nerone, al 313 data dell’editto di libertà del culto cristiano emanato da Costantino a Milano, sono trascorsi 249 anni scanditi da ben dieci persecuzioni, durante le quali oltre dieci milioni di cristiani hanno subito il martirio a motivo della loro fedeltà al Signore".

A parte il numero assurdo e totalmente inventato, i romani non chiedevano ai cristiani di rinunciare al loro Dio, perchè si sa quanto fossero tolleranti con le altrui religioni, anche straniere. Chiedevano solo di includere nella loro fede anche la fede dell'imperatore divinizzato, che per i romani significava la fedeltà a Roma e all'imperatore. I cristiani dovevano solo giurare su un libello di riconoscere la divinità dell'imperatore e solo se si rifiutavano venivano condannati a morte, non per la loro fede, ma per infedeltà a Roma e all'imperatore.

Ma i cristiani non potevano adorare l'imperatore, non potevano fingere di farlo per poi continuare a pregarsi il loro Dio nelle loro case, perchè il loro Dio non li avrebbe perdonati. Stranamente mentre il Cristo era una figura accogliente, comprensiva che perdonava a tutti e raccomandava di perdonare a tutti, il buon Dio, il Padre suo, non perdonava a nessuno e chiedeva martiri come fosse assetato di sangue.

I cristiani peraltro non hanno restituito la cortesia ai pagani, perchè hanno messo fuori legge ogni religione che non fosse la loro, pena ka confisca dei beni al soggetto e alla famiglia, l'esilio per la famiglia e la morte per il pagano. Se avessero offerto ai pagani di adorare anche il loro Dio sicuramente l'avrebbero fatto, perchè non erano integralisti fanatici.

Oddio, veramente Dio non aveva parlato, ma i suoi vescovi si e mentre la maggior parte di loro si metteva in salvo all'estero, raccomandava ai cristiani di farsi ammazzare per conquistarsi il paradiso.

Cose di altri tempi? No, ai missionari ammazzati in Africa o altrove Papa G.P.II promise e face la beatificazione immediata.

Un po' come i kamikaze giapponesi che se si schiantavano coll'aereo sulle navi nemiche ottenevano il paradiso, o come i ragazzini arabi che vengono mandati con le bombe in tasca ad immolarsi facendosi esplodere contro gli infedeli.

Ma come mai queste religioni che parlano di un Dio buono e misericordioso commettono le più bieche atrocità a cominciare dai propri fedeli e a finire con gli infedeli?

"L’editto di tolleranza di Galieno (anno 262) sembrava avere avviato un processo di relativa libertà per la professione della fede cristiana, tant’è che agli inizi del IV secolo la Chiesa vede meglio delinearsi la propria organizzazione ecclesiastica e, parallelamente, cominciano ad affiorare le prime manifestazioni ascetiche tendenti a forme organizzate di monachesimo
 (Egitto, Siria, Asia Minore, Mesopotamia). 

Emblematico a riguardo il caso delle due catecumene Prisca e Valeria, rispettivamente moglie e figlia dello stesso imperatore Diocleziano.
Tuttavia, l’avversione alla nascente Religione Cristiana maturata nel campo del pensiero, soprattutto ad opera dei filosofi neoplatonici Plotino e Porfirio, nonché del Cesare Galerio, tutore della vecchia disciplina, spingono Diocleziano a ribaltare il proprio atteggiamento tollerante verso i cristiani, ed a muovere contro di essi l’ultima e la più cruenta delle persecuzioni.
Essa ha inizio il 24 febbraio del 303 con l’editto di Nicomedia e si protrae, specie in Oriente, fino al 311.


Vita di santa Febronia 1


"Proprio in terra d’Oriente, nella decima persecuzione, sotto l’imperatore Diocleziano, ha luogo la vicenda di Santa Febronia.

Nella città di Sibapoli, odierna Nusaybin, al confine tra la Turchia e la Siria; già nota nell’antichità col nome di Nisibi in Mesopotamia. 

Qui nasce, alla fine del III secolo, Febronia; e qui, rimasta orfana all’età di due anni, cresce sotto le cure della zia Brienne e della religiosa Tomaide; in seno a una di quelle prime comunità cristiane note col nome “Figlie del Patto”, nate in Mesopotamia tra la metà del III secolo e l’inizio del IV secolo, di cui fu promotrice nella città di Nisibis S. Plotinide.

Consacratasi totalmente al Signore, conduce una vita da penitente costantemente scandita dalla preghiera e dalla meditazione; rifulge per la conoscenza delle Sacre Scritture, e il suo particolare carisma nell’insegnamento della sacra dottrina, unito alla sua docilità ed umiltà, (docilità e umiltà sono le qualità che la chiesa richiede alle donne) suscitano ben presto l’ammirazione, oltre che delle consorelle, di numerose donne della città, alcune delle quali di rango senatorio.

Una di queste, Ieria, ottenuto d’incontrarla personalmente, senza la tenda dietro la quale ella stava nascosta durante le visite, si converte e le rimane fedele per sempre. Intanto che la sua fama s’espande per tutta la regione, l’imperatore Diocleziano, per condurre la persecuzione contro i cristiani d’oriente, invia al comando di un esercito il giovane Lisimaco accompagnato dallo zio Seleno. 

Ma mentre Seleno si pone a capo della persecuzione, Lisimaco tenta, insieme al fedele cugino Primo, di portare in salvo i cristiani.
Giunti nella città di Nisibi, i soldati romani spargono il terrore tra i cristiani, molti dei quali fuggono o si nascondono per timore di essere catturati e uccisi.

Stessa reazione hanno pure le circa 90 consorelle della comunità ove vive Febronia; le quali, guidate da Eteria, nonostante le esortazioni della superiora Brienne, a perseverare nella fede ed a restare solidali; anche per non abbandonare Febronia, che giace ammalata; decidono comunque di lasciare la comunità e di disperdersi.

Rimaste sole, le due anziane Brienne e Tomaide esortano Febronia ad accettare valorosamente il martirio, (veramente magnanime!) sull’esempio delle tre sorelle Libia, Eutropia e Leonide, ed ella, nonostante la giovane età di vent’anni, si mostra pronta alla prova.

A nulla vale un tentativo di Primo e Lisimaco di salvare le tre religiose facendole fuggire di nascosto: Seleno, a cui era giunta la fama di Febronia, la fa catturare e portare nell’arena. Mentre Brienne rimane sul posto, Tomaide si reca, insieme con Ieria e ad una grande moltitudine, per lo più di cristiani, ad assistere al martirio.

Nel corso dell’interrogatorio, il giudice Seleno tenta, prima con varie lusinghe, fra le quali il matrimonio con Lisimaco, (ma perchè a queste martiri propongono sempre un vantaggioso matrimonio, a loro che gliene viene?) poi con le minacce, di farla abiurare in favore delle divinità pagane; ma Febronia, respingendo ogni proposta, lungi dal cedere alle provocazioni, e per nulla turbata dalle terribili minacce, testimonia con determinazione la sua unica fede in Cristo.

Terribile il lungo martirio al quale viene dunque sottoposta, il 25 giugno dell’anno 305, con modalità che lo rendono esemplare nella pratica dei più atroci supplizi di cui i cristiani dell’epoca sono stati vittime, e che, nella passione di Febronia, sono raccolti in una estenuante e quanto mai straziante sequenza: legata ad un palo, viene flagellata, arsa, scorticata; le vengono strappati sette denti, tagliate le mammelle, quindi le mani ed i piedi, ed infine viene decapitata. (Ma questa aveva nove vite come i gatti?)

Nel corso di questi drammatici momenti, Tomaide sviene per l’emozione; Ieria si proclama pubblicamente cristiana e dichiara di voler subire a sua volta il martirio, (ma è una mania!)  ma Seleno, temendo un’insurrezione popolare, non glielo concede; Lisimaco e Primo, loro malgrado, non possono intervenire, ma comprendono l’efficacia salvifica del sacrificio di Febronia.

Pochi istanti dopo l’esecuzione, il crudele giudice Seleno, colto da improvvisa follia, muore battendo la testa contro una colonna. (Questa poi se la potevano risparmiare...)

Lisimaco dispone che il corpo della martire venga con ogni cura portato all’interno del sacro recinto dove ella era vissuta; qui viene ricomposto e profumato con balsami da Brienne e dalle consorelle, che nel frattempo sono rientrate.

Assunto finalmente il comando, Lisimaco ordina allora la fine della persecuzione (Aveva potere sugli ordini dell'imperatore? Ma siamo pazzi? Se ci provava lo sistemavano subito!) e, insieme a Primo, ed a molti altri soldati, si converte al cristianesimo e si ritira in eremitaggio. Ieria, battezzata insieme ai suoi genitori, viene accolta all’interno della comunità religiosa.

Intanto il sacro cenacolo dove riposano le spoglie di Febronia, diventa presto celebre meta di pellegrinaggi, a motivo dei molti prodigi che al suo interno si verificano. La santa appare ogni anno, nella ricorrenza del suo martirio, alle sorelle raccolte in preghiera. (Tagliuzzata immagino, così faceva più effetto!)


Il vescovo di Nisibi, san Giacomo, alcuni anni dopo il ripetersi di questi eccezionali eventi ( 312-313 ), decide di far costruire un grande tempio in suo onore, la cui realizzazione dura sette anni; al fine di celebrarne degnamente la memoria e custodirne il prezioso corpo.

Ma quando, nel giorno dell’inaugurazione, egli si reca al cenacolo per la traslazione delle reliquie, il verificarsi di straordinari eventi viene interpretato come un segno della volontà di Febronia affinché il suo corpo rimanga in quel mesto luogo.

Il vescovo chiede allora di poter avere almeno qualche reliquia; ma ecco che mentre Brienne tenta di prendere dall’urna un braccio della santa, (prendere un braccio? Ma che è, il museo degli orrori?) non riesce più a ritrarre la mano, e solo dopo un’accorata preghiera riesce a muoverla nuovamente. (Siccome Dio è buono non gli permette di staccare un braccio al cadavere, ma gli consente di non rimanere appeso al cadavere fino alla sua morte, ma che è Edgar Allan Poe?)

Accontentatosi di riuscire ad ottenere solamente un dente, (Ha cavato un dente al cadavere? Ma questo è uno psicopatico!) il vescovo porta solennemente la piccola, ma preziosa reliquia nel nuovo tempio, dove, fin da subito, essa viene accompagnata da altri straordinari prodigi.

Dopo due anni muore Brienne, e le subentra, alla direzione della comunità religiosa, Tomaide, la quale si dedica alla ricostruzione della vicenda di Febronia, basandosi sui propri ricordi e sulle informazioni fornitale da Lisimaco.


Gli Atti del Martirio

La persecuzione di Diocleziano, quella in cui Febronia ha subito il martirio, è stata avviata con una disposizione imperiale che non era mai stata presa nelle precedenti persecuzioni: la distruzione cioè delle Chiese e la confisca dei loro manoscritti che vengono minuziosamente dati alle fiamme nelle pubbliche piazze.


Non ci stupisca pertanto la mancanza di notizie certe su tutti quei valorosi paladini della fede, i cui nomi sono noti solo a Dio, e dei quali, come afferma il poeta Prudenzio: la medesima fama andò perduta.

La maggior parte delle Passio sui santi che ancor oggi sono venerati sugli altari è apocrifa; in buona parte esse sono risalenti al VI-VII secolo, (capirai, dopo secoli... chi poteva obiettare se inventavano di sana pianta?) quando si tentò di colmare quel vuoto storico che si era venuto a creare di un periodo talmente importante per il cammino della Chiesa, e spesso hanno più la forma di una sorta di biografia romanzata.

Tuttavia, pur con le loro divagazioni, aggiunte, omissioni, elementi fantastici e, ovvi anacronismi, essi conservano comunque un loro fondamento storico.

La drammaticità di quella che viene chiamata Era dei Martiri è abbondantemente documentata da fonti storiche attendibilissime che ci forniscono degli elementi certi circa le modalità dei processi e delle esecuzioni che venivano praticate.

Ogni altra pretesa tendente ad una ricerca quasi anagrafica su personaggi sommersi da secoli di storia e di devastazioni, è pressoché assurda.(oddio in genere delle prove ci vorrebbero..) Riescono pertanto sterili i tentativi di certa critica moderna che, forte del rigore degli studi agiografici condotti su tali documenti, li rigetta come del tutto falsi e privi di ogni valore storico. (Ma va?)

Gli Atti del martirio di santa Febronia o Passio Febroniae, scritti dalla consorella Tomaide, ci sono pervenuti attraverso vari testimoni o codici, oggi conservati in diverse biblioteche d’Europa, e non solo. (Ma c'erano i postiglioni che li distribuivano per l'Europa? E... pagati da chi?...)

Anche in questo caso, come del resto per la maggior parte dei primi Martiri ( tra cui i più celebri Agata, Lucia, Sebastiano…) ci troviamo di fronte ad un'amatrice postuma di qualche secolo rispetto alla vicenda narrata, da cui sono poi derivate altre versioni. (Figuriamoci..)

La Passio Febroniae dall’originale greco viene tradotta in varie lingue: si conoscono versioni comprese tra il VI e l’XI secolo in siriano, georgiano, arabo, armeno, paleoslavo, latino, oltre a quelle più recenti (XIV-XVII secolo ) in italiano e in francese. (Ma se la stragrande maggioranza delle persone all'epoca erano analfabete!)


In particolare, della versione latina ne esistono due distinte traduzioni chiamate “settentrionale”(con 18 testimoni) e “meridionale o napoletana” ( con 10 testimoni ). (Ma testimoni di che, che la vicenda è accaduta un paio di secoli prima?)

“La vita di santa Febronia mi è sembrata così bella e così edificante, che ho creduto doverne fare la traduzione nella nostra lingua” (Jean Baltus, 1730);“…si può dire bella, ben scritta e molto gradevole” (Tillemont, 1732); “Uno dei più belli monumenti che ci rimangono dell’antichità cristiana” (G. Pieraggi, 1772)… sono solo alcuni dei giudizi espressi da noti bollandisti e che ci fanno comprendere di trovarci davanti ad un testo che colpisce per la sua originalità. (Capirai! I  bollandisti erano un gruppo di gesuiti che costruirono gli Acta Sanctorum pe ordine del Papa, fornendo documenti e dati dei santi da distribuire nei i giorni dell'anno onde sostituire le feste pagane con feste cristiane)

Accolta come autentica nella raccolta dei Bollandisti, ha dato tuttavia luogo nel ‘700 a un lungo dibattito tra gli agiografi: di indubbio valore storico per il Lipomanus ed il Papebroch, è considerata mera leggenda dallo stesso Tillemont, dall’Halkin e dal Simon; oggetto di ulteriori studi ad opera dei contemporanei Paolo Chiesa (1990) e Réginald Grégoire (1998), essa pone delle questioni ancora oggi non del tutto risolte.

Se da una parte infatti c’è una concordanza di idee nel relegarla a semplice funzione di “ histoìre èdifiante”, per una serie di anacronismi che essa presenta (in special modo l’improbabile esistenza di monasteri femminili in epoca dioclezianea, così ben strutturati come quello descritto nella Passio), dall’altra si rimane sorpresi di fronte alla vasta diffusione che essa ha avuto tanto nel mondo orientale quanto in quello occidentale, lasciando i segni di un interesse tutto particolare riservatole in aree geografiche e ambiti impensabili.
di Giuseppe Maggiore
per Amedit-Amici del Mediterraneo


La vita di Santa Febronia 2

"Patti è uno dei pochi Comuni della nostra Diocesi che ha l’onore di annoverare tra i propri concittadini una giovane eccelsa per santità, a cui ha dato i natali e che si gloria di avere come Patrona: la Vergine e Martire Santa Febronia.

Secondo un'antichissima tradizione orale Santa Febronia visse agli inizi del quarto secolo d.c. e subì il martirio sotto l’imperatore Diocleziano. 

Pur appartenendo ad una famiglia agiata di origine pagana, conobbe la fede cristiana e fu battezzata dal vescovo S. Agatone ad una fonte, divenuta poi miracolosa, situata in una località detta per questo “Acqua Santa”.

La giovane Febronia, abbandonato il paganesimo, si consacrò a Cristo Gesù facendo voto di verginità e, a causa di questa scelta, dovette subire angherie di ogni genere da parte del padre, che già aveva in serbo per lei altri progetti di vita.

Per sfuggire infine alla collera paterna si nascose presso le grotte del Mons Iovis, presso l’attuale località di Mongiove. Ma il padre, scopertone il rifugio, la raggiunse e, accecato dall’odio per la fede cristiana, la uccise gettandone il corpo in balia delle onde.



Il culto

Il corpo della giovane martire, trasportato prodigiosamente dal mare, fu rinvenuto da una lavandaia sulla spiaggia di Minori (Salerno), località marinara della costiera Amalfitana. Da qui la devozione verso la nostra Santa si diffuse rapidamente fra gli abitanti della regione che, per quanto l’abbiano chiamata Trofimena a causa di alterne vicende storiche, ne hanno sempre affermato il legame con la nostra città di Patti.

La città di Patti, che custodisce in un’artistica urna argentea, conservata in Cattedrale, alcune reliquie della Santa Concittadina, donate in varie circostanze dai Minoresi, venera come sua celeste Patrona S. Febronia e ne ha più volte sperimentato la potente intercessione in circostanze drammatiche. Tra queste ricordiamo la liberazione dalla peste (XVI sec.) e dalla tirannia di Ascanio Anzalone (1656) e la protezione della popolazione in occasione dei violenti terremoti del 1693, 1908 e 1978.

(Padre Enzo Smeriglio)

Accidenti ma le due versioni sono totalmente diverse!


Santa Febronia 

"L’eco del nome di Febronia si protrae fino ad oggi nelle invocazioni dei fedeli durante la festa dedicata a questa santa martire; tuttavia la sua lontananza non è solo riferita al tempo delle persecuzioni ma anche allo spazio, difatti la sua provenienza è remota, così remota che Febronia qui in Sicilia non vi mise mai piede! Si scopre invero che il culto è figlio di una delle tante invasioni dell’isola e ci conduce proprio al tempo dell’occupazione bizantina quando dopo la conquista i culti greco-ortodossi si radicarono nelle società rurali che da pochi secoli, e con un certo ritardo almeno nelle zone più interne, avevano lentamente abbandonato il politeismo per il monoteismo. 

Dunque la passio di Febronia è strettamente confinata nella lontana Turchia e in particolare nella città di Nisibis (l’attuale Nusaybin) dove visse e vi morì; da Costantinopoli gli invasori bizantini portarono con se il mito attraverso un drappello di eremiti che giunti qui, scelsero questi monti come rifugio di preghiera, coltivando tale culto che a distanza di oltre mille anni, ancora oggi esiste con grande fervore."

(Antonio Cocuzza)



DA DEA A SANTA

SANTA FEBRONIA E SANTA REPARATA
Il culto di s. Febronia sembra risistemare dal pagano al cristiano la Dea Febris, protettrice dalle malattie e in particolare dalla malaria. In suo onore si celebravano i Februaria, ma poichè la festa coincideva con i Lupercalia, diventava un'unica festa dedicata sia al Dio Fauno sia alla Dea Febris, culminanti il 14 di febbraio. 

In epoca cristiana, guarda caso, la festa di santa Febronia cadeva proprio il 14 Febbraio, ma poi fu spostata al 25 giugno (dies natalis della santa di Nisibi), mentre il 14 febbraio venne passato alla festa di san Valentino.

Nell’antica Roma a Febris erano stati dedicati tre santuari: quello più antico era un tempio arcaico sul Palatino. Gli altri due erano locati uno sull’Esquilino, e l’altro sulla sommità del Vicus Longus.

Si può capire quanto fosse invocata questa Dea, se ancora oggi si usa la parola "febbre" per indicare un malanno che produce l'innalzamento della temperatura corporea. Insomma della santa non esistono prove, addirittura è esistita in un altro stato, ma che c'era il telefono, i giornali e la TV per le notizie?

In quanto ai gesuiti... erano proprio dei gesuiti e ne hanno inventate tante che Papa G.P II dovette farne cancellare parecchie dal calendario perchè gli studiosi facevano le loro rimostranze e la gente ci rideva su.




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