domenica 31 luglio 2016

GLI SPIRITI DI AIN GHAZAL



LE STRANE STATUE

'Ain Ghazàl ("Fonte della gazzella") è un insediamento neolitico della parte nord-orientale della Giordania, presso Amman. Abitato tra il 7250 e il 5000 a.c. circa, nel neolitico preceramico B, e si estende per 15 ettari, ed è uno dei più ampi abitati preistorici conosciuti nel Medio Oriente.

Il neolitico preceramico (A e B) riguarda le culture neolitiche delle regioni mediorientali e alto-mesopotamiche della Mezzaluna fertile. Essa fiorì circa 10.200 - 9.200 anni fa, subito dopo la cultura natufiana del mesolitico, diffusa sulle coste orientali del Mar Mediterraneo nella regione del Levante, e le sue due fasi furono definite dall'archeologa inglese Kathleen Kenyon nel sito archeologico di Gerico (Palestina), caratterizzate dall'assenza di ceramica.

Il clima era arido e la fase B iniziò nel 9.600-8.000 anni fa (7500 -6000 a.c.), nel Neolitico, e finì intorno a 8200 anni fa (6.200 a.c.), per un brusco calo delle temperature, durato circa due secoli. Gli studiosi dividono il Neolitico in Pre-Pottery o Preceramico Neolitico (c. 9.000-5.500 a.c.) e Pottery o Ceramico Neolitico (c. 5500-4000 a.c.).

Nel sito di 'Ain Ghazal, in Giordania è stata individuato un terzo periodo, detto "C", del Neolitico Preceramico, durato fino a circa 7.900 anni fa. Ain Ghazal ha iniziato come una piccola frazione di un paio di centinaia di abitanti, nel periodo della metà del secondo periodo, con di tre suddivisioni del Pre-Ceramica del Neolitico (designati con le lettere A, B e C).

Tuttavia Ain Ghazal fiorì nel Neolitico pre-ceramico per quasi 2.000 anni. Esso ebbe il suo inizio nel Medio Neolitico pre-ceramico B, che durò per circa 700 anni, all'incirca dal 7.200 al 6.500 a.c.

Nerso il 6200 a.c. l'insediamento era cresciuto fino a occupare quasi 40 acri, quasi quattro volte la dimensione del contemporaneo Gerico, a soli 30 miglia di distanza. Ain Ghazal fu una delle più grandi "città" nel Neolitico Medio Oriente.

Durante questo periodo, l'insediamento si arricchì per un maggiore sviluppo della pastorizia ed avvenne la fusione con la cultura tardo-natufiana dei cacciatori e raccoglitori di cereali: frumento, orzo e legumi. Tra gli strumenti rinvenuti c'erano lame a forma di falce e pietre da macina, che confermano l'utilizzo di cereali. Ciò portò a costruire vere e proprie case in muratura, cosa che deve far riflettere.

Il passaggio dalle capanne alla muratura prevede infatti il senso della permanenza della comunità, dove i figli succedono ai genitori nel possesso della casa che viene edificata in linea con le altre case del clan e identica alle altre.

Si accentua l'intenzione di permanere nel tempo nello stesso sito e naturalmente con la muratura iniziano le prime coltivazioni perchè la vita nomade è finita. Il clan vive coeso con le sue regole cui tutti sono tenuti ad allinearsi. La prima e inesorabile regola era la proibizione dell'incesto che comportava la pena di morte, in genere eseguita con l'espulsione dal clan il che corrispondeva a una condanna a morte.

La regola è matriarcale, il patriarcato non ha sostenuto in alcuna parte del mondo la difesa a oltranza dei piccoli. Nel patriarcato il padre poteva perfino "esporre" cioè lasciar morire di freddo e fame i neonati, accadde perfino nell'antica Roma in epoca regia.

Le regole del matriarcato sono:
- tutti gli uomini sono figli della Grande Madre.
- tutti gli uomini sono pertanto fratelli.
- salvare prima donne e bambini.
- pena di morte a chi abusa di un figlio o lo uccide.
- pena di morte a chi uccide senza scopi di difesa.
- pena di morte a prescindere a chi uccide la madre.
- il cibo va prima ai piccoli o alle donne che allattano, poi alle donne e poi agli uomini.
- ci si nutre essenzialmente di piante radici e frutta. Raramente di animali, che devono essere cacciati solo per il fabbisogno momentaneo. Si deve risparmiare all'animale qualsiasi sofferenza possibile.


Le regole del patriarcato:
- tutti gli uomini sono figli di una divinità maschile.
- gli uomini non sono fratelli, a parte i membri di uno stesso clan.
- si salvano prima i padri, poi i figli maschi grandi, poi le madri e poi i bambini.
- pena di morte a chi uccide un'autorità, a meno che non riesca a soppiantarne il posto.
- pena di morte a chi uccide il padre.



LE CASE

Qui accanto  una ricostruzione delle case affacciate sui campi sottostanti.

Le case, si svilupparono all'incirca su circa 5 acri, costruite con muri di pietra grezza, rivestiti con intonaco di fango all'esterno e con intonaco a calce all'interno.

Quest'ultimo veniva rinnovato ogni pochi anni, cioè la casa veniva imbiancata più frequentemente di quanto si faccia oggi nelle case odierne.

Era un tipico villaggio del neolitico preceramico, posto su un altipiano che si affacciava sulla valle. Le abitazioni avevano un ambiente quadrato preceduto da una piccola anticamera.

I pavimenti erano fatti di un sottile strato di intonaco di calce applicata su una base di calce e ghiaia. Ed entrambi, pareti e pavimenti, sono state dipinte sopra con un pigmento rosso. L'imbiancatura a calce poi ripassata col pigmento rosso, forniva alle case un alto grado di disinfezione da parassiti o ragni.



I NUOVI EDIFICI

Tutti questi miglioramenti economici e sociali ha indotto importanti cambiamenti nell'organizzazione dell'abitato, Case unifamiliari sono stati sostituiti in gran parte da due piani, o case plurifamiliari, dove fratelli sposati e sorelle sposate riunirono le loro risorse per sopravvivere.

Nel 1996 si rinvennero due edifici che possono essere stati santuari, anche se solo per una sola famiglia o di clan. Un santuario sembra essere stato costruito quando quello precedente si era deteriorato, il che corrisponderebbe al rispetto dell'antico santuario e le immagini sacre.

Infatti questi sono praticamente identici, con un'anticamera che conduce in una piccola stanza circolare di circa 8 piedi di diametro. Nel centro della stanza circolare è un buco di circa 2 piedi di diametro.

Sotto il piano sono quattro piccoli canali che portavano aria dall'esterno al foro n terra. La giunzione tra il pavimento e la parete non sono perpendicolari ma leggermente curva, come i lati di una vasca da bagno. Altrettanto, al bordo del foro nel centro del Santuario, il massetto ha una forma curva, suggerendo un aggancio verticale di qualche tubo o cilindro sul foro del  terreno.

Forse un altare centrale ventilato da canali sottofondo che hanno indirizzato aria nel fondo di un pozzo ove si accendeva il fuoco. Si tratta di un edificio diverso da qualsiasi altra struttura di Ain Ghazal di qualsiasi periodo.

Il santuario ha un pavimento grezzo naturale invece del solito intonaco di calce. Rispetto ai santuari di famiglia, è più grande, un po' come i mitrei dell'antica Roma o di Ostia, dove c'erano i templi comuni e quelli privati della abitazioni più signorili.

All'interno, vicino al centro dell'edificio, sono state rinvenute tre pietre erette, ognuna di 46 cm di altezza,

A lato di queste pietre c'è un altare con un piano di circa mezzo m, fatto di argilla a colore naturale, della consistenza della ceramica. Dall'altro lato delle pietre c'è una bassa piattaforma di pietra. Tra le tre pietre e la parete c'è un focolare rettangolare intonacato, dipinto di rosso e circondato da sette piccole pietre.

Impegnati in una delle pareti del palazzo, abbiamo trovato una grande pietra alta circa 70 cm e spessa 30 cm che sembra un essere umano stilizzato, eseguito in puro calcare bianco.

Sembrerebbe trattarsi di un tempio pubblico, perchè i santuari unifamiliari sono molto piccoli e si trovano in aree residenziali. Al contrario, questo tempio e un secondo, ambedue del VI millennio a.c., dovrebbero essere stati utilizzati per il culto di tutto il clan.

La forma umana stilizzata si pensa simboleggiasse i membri della comunità in generale, in contrasto con le caratteristiche individuali sui volti delle statue del periodo precedente. Questo potrebbe essere l'inizio della fine del culto antenati. Il tempio può indicare il bisogno di sacerdoti a tempo pieno, in contrasto con gli sciamani a tempo parziale del periodo precedente.

Secondo noi invece la figura stilizzata è un'entità semidivina che passa dai luoghi naturali ai templi, divenendo infine divina. Diciamo che è una transizione tra la religione animistica a quella politeistica, dove l'entità o daimon non aveva un vero aspetto, seppur vagamente umano.

Con 6000 A.C. quasi la metà della popolazione aveva lasciato la zona per diventare pastori nomadi, portando con loro le pecore e le capre per procacciarsi il cibo necessario che ormai scarseggiava. 



GLI SCAVI

Il sito venne scoperto nel 1974, durante la costruzione di una strada, e gli scavi archeologici furono condotti negli anni 1982-1985, 1988-1989 e 1993-1996 e nel 1998, sotto la direzione di Gary O. Rollefson. 

LE STRUTTURE MURARIE DELLE CASE
Intorno al 7000 a.c., il sito si estendeva per 10-15 ettari con circa 3000 abitanti, da quattro a cinque volte il numero della contemporanea Gerico. Intorno al 6500 a.c., tuttavia, la popolazione decrebbe rapidamente forse a causa di una forte variazione del clima.

Si praticava l'agricoltura, con orzo e specie antiche di grano, e legumi (piselli, fagioli, lenticchie e ceci) in campi attorno al villaggio, e venivano allevati greggi di capre. Il cibo era integrato anche dalla caccia (daini, gazzelle e maiali selvatici).

Se ne deduce che la dieta di questa popolazione doveva essere ricca e forse la sua scomparsa fu dovuta ad un cambiamento climatico o all'inaridimento dell'ambiente.

Verso la fine del Medio Neolitico pre-ceramico B, i cittadini di Ain Ghazal scolpirono molte statue di gesso antropomorfe e zoomorfe.



I COSTUMI

Gli abitanti di 'Ain Ghazal seppellivano alcuni dei loro morti al di sotto del suolo delle loro case, spesso con il cranio deposto in un profondo pozzetto separato, altri nei terreni che circondavano il villaggio.

Resti umani sono stati trovati anche nei pozzetti scavati per la deposizione dei rifiuti, dimostrando che cerimonie di sepoltura erano riservate solo ad alcuni defunti, ma non è chiaro in base a quali criteri.

Presso alcune strutture, probabilmente di uso rituale, sono state rinvenute dentro dei pozzetti delle sculture di figure umane di grandezza a metà del naturale.

Le sculture erano modellate con gesso bianco, su una struttura interna fatta con fasci di ramoscelli, con abiti e capelli dipinti e in alcuni casi tatuati o con dipinti sul corpo.

Tutto era dunque realizzato a crudo, solo alcune piccole in terracotta, ma si poneva il gesso bagnato su un'intelaiatura e si modellava con le dita e in parte con altri strumenti.

Gli occhi erano realizzati con conchiglie di Cypraea che venivano inserite nel gesso fresco e le pupille, e talvolta il contorno degli occhi, erano realizzate in bitume. Sono state rinvenute 32 figure in gesso (15 a figura intera, 15 busti e 2 teste frammentarie). Tre dei busti avevano una doppia testa, ma il loro significato ci è ignoto.

Esse furono casualmente rinvenute dentro la nuda terra, durante la costruzione di una strada e rimosse, insieme al blocco di terreno che le conteneva, per essere ricostituite e studiate in laboratorio. Datate tra il 7000 e il 6500 a.c., sono tra le più antiche statue antropomorfe rinvenute nel Vicino Oriente, ma non è ancora chiara la loro funzione nè chi rappresentassero.

In particolare un busto con due teste potrebbe essere la rappresentazione di una divinità venerata dalla locale comunità di agricoltori. Le sculture, modellate a mano in gesso ottenuto da calcare locale e rifinite con utensili in pietra, legno od osso, sono accompagnate in mostra da tre volti "umani" in gesso modellati sul teschio di defunti.

Come in Giordania, Israele e Siria, dopo qualche tempo dal seppellimento si riesumavano i resti ossei e i teschi che venivano decorati ritualmente; da essi si ottenevano dei calchi totali o parziali, probabilmente riguardanti il culto degli Antenati.

Qualcuno ha azzardato trattarsi di razze estinte e sconosciute, di cultura superiore o ritenuta tale, e che il popolo di Ain Ghazal avrebbe venerato come antenati.

Di certo le figure colpiscono per la loro espressività, fisse, serie, consapevoli come esseri aldilà dell'umano.

Colpiscono anche i lineamenti delicati, il naso all'insù, gli occhi a mandorla, le labbra sottili, le orecchie inesistenti o coperte da un ricciolo, le teste alte e strette, le nuche assolutamente piatte.

Durante il periodo neolitico C Pre-Pottery (6000-5500 a.c.), la comunità di Ain Ghazal visse forti tensioni, in parte a causa del sovraffollamento (l'insediamento è raddoppiata nel corso di poche generazioni) e il degrado ambientale. Sembra che metà della popolazione fu costretta al nomadismo ed a risiedere ad Ain Ghazal solo per una parte dell'anno.

Molti boschi vennero spogliati per alimentare il fuoco per fabbricare il carbone che doveva bruciare il calcare per l'intonaco delle case. Per uno spazio di parecchie miglia tutto il sito è stato disboscato. La rimozione di alberi e cespugli eliminarono numerosi habitat di animali selvatici. Forse, 6500 a.c, bovini, suini e ovini vennero addomesticati per sostituire le specie selvatiche quasi scomparse.

Queste condizioni sociali si riflettono negli edifici di questo periodo, in particolare i magazzini, che probabilmente ospitavano gli effetti personali dei cittadini che si spostarono per lunghi periodi dell'anno in cerca di cibo e risorse. I locali di deposito, ciascuno da 12 a 15 mq, erano affiancati da un corridoio centrale, in genere sotterraneo.




LE PICCOLE STATUINE

La vita cominciava in questo periodo ad avere caratteristiche più stanziali rispetto all'epoca paleolitica e così le abitazioni iniziarono ad essere più elaborate, con un abside dedicato al culto degli antenati.

Nel villaggio sono state rinvenute, sepolte nella terra, più di 200 strane figurine, circa 2,5 pollici di lunghezza ed eseguite in argilla o gesso.

Alcuni possono anche essere giocattoli, realizzati per i bambini del neolitico preceramico che si divertivano a farli strisciare intorno su un piano intonacato di rosso. Uno di questi è cane ben modellato che sta seduto in terra, forse un giocattolo, oppure un soprammobile.

Quasi la metà delle figurine sono bovini selvatici, Bos primigenius (uro), come sappiamo dal confronto con le ossa reali che sono state recuperate.

Molte delle figurine di bestiame hanno depressioni dietro la testa formata da una corda, forse per indicare che i vitelli non erano selvatici ma catturati e allevati, cioè domestici.

Altre figure di bestiame hanno segni di barre, ferite simbolici impresse nella creta prima che le figurine venissero cotte,

Ciò è stato interpretato da alcuni studiosi come oggetti di magia simpatica, o di trasferimento, per cui si poteva ferire una figura per trasferire la ferita su un'altra persona.

Tutto è possibile, ma potrebbe significare con più probabilità che quei bovidi erano stati uccisi per cibarsene.

In epoche arcaiche infatti l'uccisione di un animale veniva commessa come una colpa necessaria, si che spesso si ritualizzava per allontanare da sè la punizione della natura e si chiedeva perdono all'animale ucciso. 

A riprova di ciò sono stati infatti rinvenuti, sepolti in una fossa sotto il piano di una casa, due piccoli esempi di "bestiame uccisi ritualmente" (figurine di bovini trafitti con lamelle di selce e poi sepolti).

Ciò è stato interpretato come un culto per gli animali, il che è probabile, in un'epoca però in cui si venerava la natura in genere, con le sue acque, i suoi boschi, animali e piante comprese. 

Insieme alle figurine di animali vi erano anche figure femminili senza testa, interpretabili a nostro avviso come immagini della natura, ovvero di una Grande Madre Natura. E' possibile pertanto che anche gli altri animali avessero un significato, oltre che di giocattoli o suppellettili, di immagini sacre o apotropaiche.



LE STATUINE PIU' GRANDI

Vi sono poi 32 statue sepolte deliberatamente in due fosse adibite forse a custodirle o ad occultarle. sono alte poco più di un metro, alcune bicefale, modellate in gesso bianco e gli occhi dalla straordinaria e viva espressione furono ottenuti incastonandovi conchiglie di Cyprea e bitume per quel che riguarda le pupille.

A lato ecco una statua di Ain Ghazal nella sua interezza: alta poco più di un metro, in gesso, priva di braccia ma con solide gambe. In realtà le braccia le ha ma sembrano chiuse nella giacchetta che non gli consente movimenti.

Probabilmente però l'immobilità delle braccia è simbolica, tesa forse a sottolineare la solennità del soggetto che appare o maschile o asessuato.

Gli studiosi sono molto imbarazzati da questo aspetto, che riproduce certamente i tratti di qualche misteriosa etnia scomparsa da tempo immemorabile e sopravvissuta nel ricordo di queste popolazioni neolitiche.

I loro occhi sono affusolati, il naso ha una forma piccola e innaturale, la bocca è appena accennata, il collo è lungo, viste di profilo le teste sono schiacciate posteriormente e compensano l'ampiezza allungandosi verso l'alto, l'espressione enigmatica è benevola e rassicurante secondo alcuni, inquietante per altri..

Sul profilo di una delle statue di Ain Ghazal si notano le strane caratteristiche fisiognomiche che da qualche parte provengono, al che tanti si chiedono se corrispondono forse ad antiche popolazioni, venerate come "gli antenati". forse addirittura alieni.

Questa a lato, la testa della statua precedente, in effetti è certamente la più vivace e suggestiva fra le statue di Ain Ghazal.

Impressionante il suo sguardo intenso, come colui che sa e comprende cose precluse agli altri, spettatore consapevole che prevede gli eventi, con un aspetto quasi drammatico per ciò che vede e che gli altri non vedono, sembra .una scultura moderna, o piuttosto un alieno venuto da mondi lontani.

Chi è costui che guarda drammatico non so cosa, come assistesse impotente a un evento cui non ci si può opporre? Un popolo estinto? Un alieno? Un morto che torna dall'aldilà?

Non crediamo sia nulla di tutto ciò, però di certo questi lineamenti non sembrano orientali, anzi sembrerebbero del nord europa, vagamente normanni. Sono caratterizzati da bocca piccola, zigomi alti, mascella quadrata, fronte alta, naso appuntito e collo lungo.



LE MASCHERE FUNERARIE SUI TESCHI DEI DEFUNTI

Queste raffigurate qui di seguito sono le maschere di gesso modellate sui teschi dei defunti nell'insediamento di Ain Ghazal, in Giordania, nel 7000 a.c..

Il loro anomalo aspetto è dovuto al fatto che la mascella inferiore veniva stranamente rimossa al fine di ottenere queste sembianze indecifrabili.

Infatti qualsiasi volto senza mascella non è riconoscibile, tanto che può essere usato come una maschera, e pensiamo che infatti fossero usate proprio come maschere.

Perfino al tempo degli antichi romani nei funerali usava coprirsi il volto con delle maschere ricavate dal volto dei defunti per farli rivivere nella cerimonia.

I defunti di Ain Ghazal venivano seppelliti nella terra finchè dei loro corpi rimanevano soltanto le ossa, poi venivano riesumati e seppelliti di nuovo sotto il pavimento di casa o in un cortile adiacente, comunque vicino all'abitazione.

Il cranio veniva seppellito separatamente dal resto dello scheletro e le maschere di gesso assieme ai teschi erano anch'esse di nuovo sepolte.

In più di 30 figurine umane recuperate, quasi nessuna aveva la testa e il corpo; c'erano o teste senza corpo o corpi senza testa. Questa pratica è attestato non solo a Ain Ghazal, ma anche in altri luoghi nel Levante meridionale.

La medesima usanza di separare i teschi dal corpo si ritrova nel sito neolitico di Catal Hoyuk in Anatolia, risalente allo stesso periodo ed anche alla vicina Gerico, Tell Ramad, Beisamoun, Nahal Hemar, con rispettive usanze di ricoprire il cranio con ocra rossa, conchiglie nelle cavità oculari, maschere di terracotta, ecc...

Le maschere funerarie di Ain Ghazal, di 9000 anni fa, vennero modellate in gesso sui teschi dei defunti dopo aver rimosso la mascella inferiore. Questo fatto dona loro un aspetto "alieno" su cui molti si sono fatti delle ingiustificate fantasie.

La maschera mostrata qui, simile a quelle ritrovate nel vicino sito di Ain Ghazal, con occhi incastonati di conchiglie, è stata scoperta da John Garstung nei suoi scavi a Gerico negli anni 1930-1936.

Dopo essere stato rimosso dal suo scheletro, il cranio fu coperto con una maschera di gesso, che fu poi dipinta con i tratti del viso con bitume e altri pigmenti. A volte i teschi tagliati erano semplicemente collocati in una posizione separata sotto il pavimento, altri crani hanno ricevuto un trattamento speciale.

In più di una mezza dozzina di casi, teschi di Ain Ghazal sono stati modellati con intonaco di calce per formare maschere mortuarie. Però un teschio ritratto da Ain Ghazal era stato dipinto con pigmento rosso. La parte posteriore di un altro cranio era stato rivestito con un materiale nero, possibilmente bitume, forse per rappresentare i capelli.

Questi teschi-ritratto furono probabilmente mostrati in casa o in un santuario in modo che i membri della famiglia potessero consultarli a piacere, interrogando lo spirito del defunto.

I defunti della famiglia diventavano, come un genere accadeva in età molto arcaica, gli spiriti protettivi degli individui di un clan o di una famiglia, che in genere però era una famiglia allargata.

Era una specie di nume tutelare cui si facevano richieste e preghiere, a cui si dedicavano dei rituali e a cui si offrivano piante e bacche.

Le figure di creta erano probabilmente fatte da uno sciamano o sciamana, che li caricavano di potere sia per ottenere un effetto desiderato o per impedirne uno temuto.

Si suppone che quando le figurine, con la loro potenza magica, non erano più necessarie, o quando il proprietario di una figurina era morto, il potere era pericoloso se si lasciava in libertà per cui si spezzava la statuetta, seppellendone la testa e il corpo in luoghi differenti.

Questo ritengono alcuni studiosi, noi pensiamo invece che le figurine cariche di potere venissero spezzate al termine di un'operazione magica, come ad esempio in Etruria si spezzava la patera (piattino rituale delle offerte) dopo averla offerta alla divinità.

Questa usanza fu seguita in varie parti del mondo, e pure sui vasi, perchè una volta dedicato l'oggetto era della divinità e nessun umano, proprietario compreso, poteva più usufruirne.

Se pensiamo  che più l'oggetto era prezioso, per il materiale o per la difficoltà dell'esecuzione, più grande era l'offerta, perchè si rinunciava a favore della divinità ad un bene prezioso, si può arguire che la dedica delle figurine di Ain Ghazal non fosse di poco conto.

Magicamente parlando dunque l'immagine veniva caricata di potere per poi liberare quello stesso potere spezzando la figurina. Non era pertanto il vaso, o la patera, o la figurina ad essere sacrificati quanto le energie psichiche di chi l'aveva eseguito e caricato.

Un tempo infatti erano proprio gli sciamani ad eseguire le figurine rituali, perchè la stessa esecuzione già investiva l'oggetto di energie psichiche.



LE GRANDI MADRI

I reperti più drammatici (drammatici per chi fatica a comprenderli naturalmente) sono stati due gruppi di statue in gesso, che sono stati esposti presso siti di tutto il mondo, tra cui la Smithsonian Institution, il Louvre e il Museo Nazionale di Amman.

LA GRANDE MADRE CAPUA
Altra particolarità: La maggior parte delle figurine umane mancano di attributi sessuali.

Non mancano però figurine femminili con addome gravido e grande seno, ma per gli studiosi sono donne in gravidanza anch'esse con la testa spezzata.

L'idea che queste figurine di fertilità avessero a che fare con un culto della Dea Madre è stata naturalmente scartata, non c'è motivo di ritenere che essi rappresentano sia una religione matriarcale o un culto della fertilità femminile.

Molto più probabile che fossero talismani fatte per proteggere le donne durante la gravidanza.

Dalle analisi delle ossa umane recuperate dal sito risulta un lieve picco del tasso di mortalità per le femmine a 14 a 15 anni di età, l'età in cui le donne partorivano. Ma va?

La mortalità di parto è stata sempre ingente fino a quando non si è scoperto i batteri e la necessità di sterilizzare tutto. E solo gli antichi se ne preoccupavano?

Nell'antica Roma, dove esisteva la medicina e la chirurgia, la mortalità del parto era di una donna su dieci, eppure di statuette gravide nulla o quasi, se non le antiche Dee italiche come quelle del museo Campana di Capua.

Anche qui si osò ipotizzare che quasi tutte le donne con bambini fossero ex voto, finchè ci si rese conto che si trattava della stessa Grande Madre, le cui immagini erano state conservate fin dai tempi più antichi, come questa antichissima Grande Madre qua a lato, del Museo Campano di Capua..

Le statue infatti si susseguivano nel tempio nei vari secoli fino all'epoca romana, dove la fattura diventava molto più accurata e di tipo ellenistico. Ma nessuno si sognava di gettare via le vecchie statue, come si fece su larga scala con l'avvento del cristianesimo.

Certo, là non c'era competizione tra le Dee, perchè sempre di Madre Natura si tratta, mentre nel cristianesimo la Dea è stata declassata a donna completamente asservita al potere maschile.

Bisogna riconoscere però che presso i campani e i romani dopo, anche quando il pantheon era totalmente cambiato con Jovis re degli Dei, la Grande Madre non fu gettata a mare, ma continuò ad essere venerata anche se in un ruolo secondario.



LE SEPOLTURE

Sotto i pavimenti di molte case a Ain Ghazal, sono state rinvenute sepolture umane. Questa pratica si trova anche in altri siti contemporanei nel Levante. Per molto tempo, si supponeva che le persone che vivevano ad Ain Ghazal usassero seppellire i loro morti sotto le loro case.

Però sotto il pavimento di una casa, per esempio, furono trovati i resti di 12 persone; ma la casa è stata occupata per circa 400 anni. Ma il tasso di sepoltura era di una persona ogni 33 anni, pari a circa uno per generazione.

 Solo persone speciali sono state sepolte sotto i pavimenti delle case; tuttavia, ancora non del tutto a capire come gli abitanti di Ain Ghazal determinate chi seppellire sotto le loro case. Scheletri trovati sotto le case sono sia maschi che femmine, che vanno da 15 a più di 50 anni di età. Queste sepolture di solito sembrano riflettere un culto degli antenati.

Si è supposto che in alcune società, la testa fosse considerata una fonte di potere, per cui, tagliando la testa del defunto, questo potere cadeva lasciando spazio a un successore. In questo modo, "quello selezionato" della generazione successiva potrebbe esercitare il potere per il bene della famiglia.

Chissà perchè molti pensano che gli uomini più arcaici siano più sprovveduti e propensi a credere alle fantasie più inaudite. Non dobbiamo considerare la mentalità degli aborigeni come quella degli invasori patriarcali indoeuropei, molto più mentalisti quindi molto meno istintuali di loro.

La sana istintualità, quando ancora non era stata compromessa dalle fantasie di potere derivanti dalla paura della morte, faceva comprendere agli umani la realtà della natura, in cui tutti erano figli della stessa madre, cioè della natura, e pertanto nessuno veniva innalzato tra gli altri, e semmai veniva caricato dell'onere di servire e organizzare la comunità.

Più di 30 figure antropomorfe sono stati scoperti in due lotti nel 1983 e 1985. Il primo gruppo risale a circa il 6700 a.c., mentre l'altro è di almeno 200 anni più giovane.

FIGURE FEMMINILI
Le figure sono realizzate in morbido carbonato di calcio, giallo-bianco, intonacato su un nucleo di canne e spago; tracce di vernice rosa sono visibili sui volti, e bitume nero e minerale di rame verde appaiono intorno agli occhi. 

I gruppi più antichi hanno differenze stilistiche da quelli più recenti. 

Le forme più anatomicamente corrette del gruppo precedente sono state sostituite da forme più stilizzate nelle statue successive.

I volti del gruppo anteriore sono anche più delineate. 

Si è pensato che i teschi ritratto intonacati rappresentassero antenati noti, quindi mitici, il che ci sembra molto probabile.

Questi antenati dovevano essere considerati i fondatori di gruppi di parentela (lignaggi, clan), della comunità Ain Ghazal, o addirittura della stessa umanità.

Le statue più complete possono rappresentare gli antenati finali di tutte le persone, con i più piccoli che raffigurano i fondatori di lignaggi o clan specifici.

Dunque un gruppo ha lasciato la sua terra per la steppa e deserto orientale, all'inizio della stagione delle piogge, tornando solo dopo la raccolta nella tarda primavera. 

L'altra metà della popolazione di Ain Ghazal ha continuato a vivere lì coltivando il terreno adiacente, come avevano sempre fatto. Era l'antica usanza conosciuta nel Mediterraneo come Ver Sacrum, la Primavera sacra, perchè quando la popolazione aumentava e il cibo scarseggiava, i giovani partivano a cercare altre terre, magari per tornare poi dopo un certo tempo alla loro terra dove avevano lasciato gli affetti.

Qui finiscono le teste in gesso o i teschi rimossi dai corpi. Se il culto degli antenati ha continuato, si è svolto in modo diverso.
Le ossa dei pastori defunti venivano riportate ad Ain Ghazal per seppellirle sotto i pavimenti o nei cortili delle case. In un altra area di Ain Ghazal venivano invece sepolti i residenti part-time della città, quelli che facevano la transumanza. 

Circa la metà delle sepolture, in particolare le sepolture secondarie, includevano alle ossa umane delle ossa di maiali. Forse il maiale era il totem che legava i pastori a tempo parziale con il gruppo di agricoltura permanente.

Noi pensiamo che i maiali fossero un simbolo della Madre Terra, considerando che il maiale aveva tanti usi, dalla carne fresca a quella salata, al grasso per le lanterne e per cuocere i cibi, alle setole con cui potevano fare pennelli, agli zoccoli che potevano intagliare ecc ecc.

Il secondo tempio comune, risalente al Pre-Pottery Neolitico C. si trova dall'altra parte del fiume Zarqa. Poichè la parte occidentale del tempio fu distrutto dall'erosione, non conosciamo la sua estensione.

Esso è a pianta rettangolare, con un lato minimo di m 3,30  a un massimo di m 6,30,  composto da due camere collegate da una porta. La stanza orientale, la principale area rito, includeva un altare sopraelevato con due grandi lastre di calcare piatto. Situato nel centro della parete est, l'altare è stato sostenuto da tre coppie di pietre, con piccole pietre negli interstizi, di altezza un po 'irregolare, ma in generale alta circa 60 cm.

Di fronte all'altare, un focolare con intonaco di calce bruciato, quindi usato, era circondato da sette lastre di pietra piatta di circa 90 cm di diametro. Un piccolo vano rettangolare (vuoto, purtroppo), costituito da lastre di calcare, è stato fissato nel pavimento al centro della parete nord. Il pavimento della stanza era fatta di argilla gialla sopra una base di ciottoli di fiume locali.

Questo piano insolito non si estendeva nella stanza occidentale, che evidentemente non serviva alle attività rituali.
C'era inoltre un muretto che faceva da schermo all'interno della porta che collega le stanze orientali e occidentali, bloccando la vista di chiunque alle attività sacerdotali della stanza orientale, insomma una specie di sancta sanctorum.

Intorno al 5500 a.c., la ceramica sembra venne scoperta contemporaneamente in diversi siti nel Levante. Improvvisamente i liquidi potevano essere conservati e trasportati. C'erano pentole per cucinare e si poteva scrivere su tavolette di argilla.



I SESSI


Poco espressi, nessun organo maschile, le figure femminili si comprendono per i fianchi ampi, i ventri prominenti ma non necessariamente gravide o la capigliatura sorretta da una fascia o un qualche monile. 

IL GRUPPO ANTERIORE
La figura qui a lato sembra l'immagine di una regina, nobile e altera, ma raffinata. Se ce la presentassero come un'opera moderna non avremmo nulla da eccepire, invece ha circa 9000 anni, 

Chi sono dunque le figure rappresentate nel gesso? Divinità, re o regine, guerrieri o esseri mitici, oppure raffigurazioni di normali esseri umani? 

Direi niente di tutto ciò, perchè all'epoca l'unica divinità era la natura, ma queste sono troppo intense e ieratiche per rappresentare esseri umani. 

Queste sono le presenze della natura, gli spiriti della natura cui gli umani si sentivano all'epoca particolarmente vicini, visto che ancora la mente difensiva non aveva tarpato i loro sensi sottili.

Queste erano le presenze mute che abitavano la Terra, presenze non inaccessibili ma non facili nella comunicazione. 

Gli sciamani, e soprattutto le sciamane, che anticamente erano molto più diffuse dei maschi, facevano da tramite tra gli umani e codeste entità, per esaudire desideri e chiedere protezione. 

Il fatto che queste figure femminili non avessero identificazioni sessuali se non per la delicatezza del volto e la pettinatura, e che pure le figure maschili non avessero identificazioni sessuali, significa che le creature appartenevano a una dimensione ultra umana, erano spiriti, abitanti dei boschi, dei ruscelli, dei monti, delle grotte e delle vallate.

Questi erano gli esseri che gli umani percepivano attorno a loro, abitatori di dimensioni più eteree, non divinità potenti e giudicanti ma esseri liberi e invisibili che abitavano il pianeta a volte vicino agli uomini ma più spesso lontani.

Infatti per avvicinarli gli umani avevano preghiere, riti e offerte, ma soprattutto una sorta di simpatia, per cui determinati spiriti aiutavano determinati umani. Questi spiriti non sono buoni o cattivi, sono creature dotate dell'esperienza di un tempo infinito, quindi più sagge e consapevoli degli uomini, cui raramente si avvicinavano.

Abitavano infatti i luoghi solitari della natura, erano l'equivalente delle fate celtiche, o degli gnomi, degli elfi, delle ninfe o dei satiri che abitavano la natura presso le società italiche e preromane. Erano anche i Genius Loci romani, che in realtà derivavano da culti animistici più antichi, cui la mente degli uomini davano immagini diverse, per cui le immagini erano della mente, ma la loro essenza era reale, al tempo in cui gli umani, poco mentalizzati, riuscivano a percepirla come entità ultra-umane.



LE FIGURE A DUE O TRE TESTE

ECATE TRIFORME
Il culto della Grande Madre, o madre natura, risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico. 
La Madre Terra o Grande Madre è stata rappresentata in numerose figure ritrovate in tutto il mondo dal 30.000 al 1.000 a.c. e, col variare delle generazioni, dei popoli e delle culture si è moltiplicata in diverse divinità femminili a seconda delle competenze che gli venivano attribuite: 

Ishtar – Astarte – Inanna - Afrodite – Venere per l’amore e la bellezza, Ecate triforme per la fertilità delle donne e per l'Ade, Artemide – Diana per la caccia, Demetra – Cerere e Persefone – Proserpina per la fertilità delle sementi.

Templi, abitazioni, ceramiche, statuette, abitazioni, portano le infinite tracce di questo culto. In esse sono incisi o dipinti semi, boccioli, germogli, uova, crisalidi e segni acquatici come rappresentazione della rinascita e rigenerazione, del divenire e della trasformazione.

DEA NATURA
Basta dunque documentarsi sulle antiche Dee Madri per capire il significato di codeste statuette. Giano era per esempio bifronte, quindi con due teste seppure unite, ma le antiche Dee venivano rappresentate a volte con un unico corpo e due o tre teste. 

Il significato era che la Dea era la Signora della nascita, della crescita e della morte, il che fa capire il mistero della SS. Trinità che non è affatto un misero, o almeno diventa mistero solo se lo si appiccica a un Dio maschio che con la Natura non ha nulla a che fare.

La Dea biforme era la nascita e morte, cioè passato e futuro che accomunano tutti i mortali.

I miti poi nel Mediterraneo sostituirono queste immagini con eroi o semidei maschili, vedi Castore e Polluce, uno che sta nel mondo dei vivi e uno nel mondo dei morti, che successivamente si unirono abitando i due mondi alternativamente.

Del resto Diana era detta triforme, come Dea Luna in cielo, Cacciatrice in terra, e regina dei morti nell'Ade. Ma sempre della stessa Dea si trattava. Così erano Tre le Matres, le Norne, le Graie e le Grazie.




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