venerdì 4 ottobre 2013

IL VILLAGGIO MATRIARCALE



Matriarcato

I matriarcati non sono l’immagine speculare dei patriarcati come vuole il pregiudizio comune, nel senso che in essi sono le donne a dominare sugli uomini. I matriarcati sono invece delle società che mettono al centro le madri, e che si basano sui valori materni: la cura, il nutrimento, il supporto reciproco, l’attitudine a creare pace cioè l’atteggiamento materno in senso generale. Questi valori valgono per tutti, per le madri e le non-madri, per le donne e ugualmente per gli uomini.

I matriarcati si basano consapevolmente sui valori materni e sul lavoro materno. Siccome questi valori sono alla base di ogni società, i matriarcati sono più realistici delle società patriarcali. Sono orientati fondamentalmente verso i bisogni. Le loro regole mirano alla soddisfazione delle necessità di tutte le persone. In questa maniera il “mothering” (l’essere madre e l’atteggiamento materno) viene trasformato da un fatto biologico in un modello culturale. Questo modello rispecchia molto meglio la condizione umana rispetto al modello di maternità inteso e abusato dai patriarcati.




IL VILLAGGIO MATRIARCALE DI USTICA

Nel matriarcato i maschi, più forti, dovevano reperire la selvaggina, pescare e difendere donne e bambini, le femmine badavano alla raccolta di erbe selvatiche, bacche, radici, all'allevamento degli animali e alla cura dei figli.

IL SITO ARCHEOLOGICO DI FARAGLIONI
PRESSO USTICA (Palermo)
Quindi lavoravano di più le donne, se campavano di caccia stavano freschi.

Però di pericoli ce n'erano e i maschi dovevano combattere spesso contro le fiere, insomma un'utilità l'avevano.

Ma combattevano solo gli uomini?

Per reperire i vegetali le donne dovevano uscire e affrontare le belve, come le bestie della foresta, e lasciare i cuccioli nelle tane, come fanno gli animali.

La favola delle donne e bambini chiusi nella caverna non regge, sarebbero morti di fame.

Eppoi non è raro che una belva fiuti una tana, e chi ci abita deve allora combattere e solo dopo trovarsi un'altra tana.

Nei clan c'erano le tribù coi gruppi familiari composti dalla matriarca, fratelli e sorelle minori e dai suoi figli, maschi e femmine, a loro volta coi figli.

Quando un maschio si sposava usciva dal gruppo e andava nel gruppo di un’altra matriarca, perchè la famiglia era matrilineare.

Le femmine restavano con la madre ed ereditavano i beni, sposandosi acquisivano il maschio di un'altra tribù.
La sessualità era libera e la donna era la Dea in terra che dà nutrimento e assistenza, ma soprattutto colei che prevedeva, consigliava, vaticinava, sognava e spiegava al maschio.


Da: Francesca Spatafora
direttore Sezione Archeologica
Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo

"Il Villaggio dei Faraglioni è situato sulla cuspide settentrionale dell’isola e si affaccia sul mare, protetto su un lato dall’alta scogliera, e per il resto era difeso da un possente muro di fortificazione che delimitava un’area abitata di circa 7000 mq (ma l’estensione doveva essere ben maggiore se consideriamo lo sprofondamento della costa).

L’abitato preistorico, uno dei più importanti ed estesi del Mediterraneo antico, è detto “dei Faraglioni” poiché si trova sul bordo di una falesia a strapiombo sul mare con due faraglioni antistanti, ai quali la costa e il villaggio stesso erano probabilmente collegati. 

L’antico abitato era circondato da un imponente muraglione di difesa. Gli scavi archeologici sono finalizzati a riportare in luce la parte ancora inesplorata del villaggio con i suoi fondi di capanna intatti come al momento dell’abbandono.

Le capanne, costruite con uno zoccolo in pietra ed elevato di argilla mescolata a paglia, erano per lo più di forma ovoidale o rettangolare con angoli arrotondati, ed erano adiacenti a spazi all’aperto recintati. Alcune di quelle riportate in luce sono disposte ai lati di una lunga strada larga un metro. 

All’interno le capanne erano dotate di panchina e, in molti casi, di apprestamenti per la molitura: si sono rinvenute grandi piattaforme di macina.

L’arredo mobile, ben conservato, documenta l’elevato tenore di vita della popolazione residente, che doveva basare la sua economia di sussistenza, oltre che sulle tradizionali attività pastorali e agricole, anche sui commerci transmarini, di cui tuttavia esistono ancora poche testimonianze. 

Lo stile dei vasi, sebbene elaborato localmente, richiama quello delle ceramiche del villaggio del Milazzese a Panarea, nelle isole Eolie, e quello dei vasi dello stile “di Thapsos” (così denominato dalla stazione preistorica individuata sulla penisola di Magnisi, nel Siracusano).

Nelle zone all’aperto venivano collocati le grandi giare e gli orci per la raccolta dell’acqua piovana: uno era interrato in una buca ricoperta da lastre di pietra, a mo’ di vera e propria cisterna. 

Dopo circa un secolo di vita il villaggio venne abbandonato all’improvviso intorno al 1250-1200 a.c. e solo brevemente rioccupato qualche decennio dopo, una presenza massiccia di suppellettile d’uso comune. 

Il villaggio, sorto nel XIV sec. a.c. venne improvvisamente abbandonato intorno al 1250/1200 a.c. e solo brevemente rioccupato qualche decennio dopo; quali siano le ragioni di questa repentina fuga non è dato conoscere allo stato attuale delle ricerche: è plausibile ipotizzare un evento naturale inaspettato che abbia suggerito alla gente di lasciare con grande fretta le proprie abitazioni abbandonandovi, all’interno, tutta la ricca e abbondante suppellettile domestica.



GLI IROCHESI

Gli Irochesi popolarono parti degli Stati Uniti e del Canadà.
Prima del contatto con gli occidentali, presso gli Irochesi la funzione del procreare era valorizzata, le madri esercitavano una forte influenza sulle figlie e sui figli, la donna aveva un ruolo importante nelle questioni religiose, erano riconosciute le sue conoscenze mediche e spesso aveva il diritto di vita o di morte sui prigionieri di guerra. 

Autonoma e con una grande autorità sociale, la donna irochese, per quanto ne dica il gesuita Lafitau, non viveva in una “ginecocrazia”, ma non era sottomessa. 

L’arrivo degli occidentali modifica un po’ la situazione poiché porta un aumento delle epidemie e delle guerre tra tribù. Risultato: il vuoto che si crea all’interno delle comunità dei villaggi per la frequente assenza degli uomini guerrieri sarà colmato dalle donne d’età matura.

La distribuzione delle attività tra uomini e donne, benché estremamente rigida, non era sproporzionata e sessualmente gerarchicizzata.

Per lo più, gli Irochesi lasciavano le loro donne libere nelle relazioni sessuali e nei loro sentimenti, non conoscevano lo stupro, si abbandonavano raramente alla violenza sessuale e non guardavano al divorzio con riprovazione. 
Inoltre propendevano per una pedagogia del convincimento più che per un approccio repressivo nell’educazione dei bambini.

L’analisi delle fonti che riguardano il periodo dei primi contatti, sebbene ponga in evidenza il ruolo influente di alcune donne in certi ambiti, non porta a pensare che dominassero sull’insieme dei poteri. 

Sono senza dubbio al centro di un certo numero di prerogative, almeno le più vecchie. A partire dalla menopausa, detenevano di certo un importante potere all’interno dei conglomerati plurifamigliari, in occasione dei riti funebri, ma anche nella pratica dei saperi medicinali. 

L’importanza delle donne nella sfera politica è una questione molto più delicata e pare che si sia evoluta tra il 17° e il 19° secolo. 

In un primo tempo, l’assenza prolungata degli uomini, favorita dalla frequenza dei conflitti, sembra avere indotto alcune comunità a dare alle donne più mature alcune prerogative politiche.

L’antica terra irochese riuniva certamente, prima dell’arrivo degli Europei, un centinaio di migliaia di individui divisi in parecchi popoli distinti. 
Presso le popolazioni settentrionali, la base dell’organizzazione sociale era data dal lignaggio, i cui membri coabitavano in una casa allargata intorno ad una donna anziana. 
Le donne, libere di disporre del proprio corpo e della propria sessualità, non erano oggetto di scambio. 
Il loro importante contributo all’economia domestica permetteva loro l’accesso a un’importante autonomia anche se la divisione socio-culturale dei compiti era molto forte e la trasgressione comportava la messa al bando. 

Per concludere, per quanto le donne mature avessero delle prerogative politiche, ciò non metteva in discussione il potere degli uomini.                                                                                                



I PUEBLOS

Nei pueblos (indiani del nord America) le donne insegnavano a costruire la casa, di notte lo sognavano e al mattino riferivano ai consorti che eseguivano. La donna s'incaricava del cibo giornaliero, senza cui non si sopravviveva perchè spesso la caccia non riesce, o richiede molti giorni.

Nel mondo contadino fino alla metà del '900, pur con l'allevamento degli animali, si viveva di cereali e verdure mentre la carne era riservata alle feste. E ancora oggi accade nella sfera meno abbiente.

Uwe Wesel, (Il mito del matriarcato, Saggiatore 1985) racconta che, come tutti i Pueblo, gli Hopi sono agricoltori e vivono di mais.

Hanno un lignaggio matrilineare, una famiglia allargata a residenza matrilocale.

Qui vive la donna col marito, le figlie sposate e i loro mariti, le figlie e i figli non sposati e i bambini delle figlie.

Il marito può essere cacciato via se trascura il lavoro della terra mentre donne si occupano della casa, dei figli e della faticosa preparazione del mais.

Qui gli uomini non dominano e le donne hanno un forte legame fra loro.
Tuttavia la matriarcalità, che procede da matrilinearità e matrilocalità, non dà potere alle donne, perchè tra gli Hopi solo gli uomini diventano gli anziani del villaggio con un capovillaggio che nomina ogni volta il successore.

A Wesel questa società apparve equa e pietosa, una società che tutti potremmo auguraci, perchè si preoccupa della comunità e non del potere.
Però, quantunque la donna non abbia mai detenuto il potere, questo pericolo terrorizza i sogni dei maschi.
Tutt’oggi, quando ancora la donna soffre la dominazione del maschio, gli uomini dichiarano che comandano le donne.



I PUEBLOS VISTI DA UN PRETE

Ecco la stessa società vista da un prete, quindi maschilista, il missionario americano Asher Wright vissuto fra gli Irochesi dal 1831 al 1875: ”… le donne prendevano i loro uomini dagli altri clan… la parte femminile dominava la casa… le provviste erano comuni ma guai al disgraziato marito o amante troppo pigro o maldestro nel portare la sua parte alla provvista comune.

Qualunque fosse il numero dei figli o delle cose da lui possedute nella casa, in qualsiasi momento poteva aspettarsi l'ordine di far fagotto, la vita gli era resa impossibile, e non poteva far altro che tornare al proprio clan, o andare a cercare un nuovo matrimonio in altro clan, cosa che il più spesso accadeva.

Le donne erano la grande potenza. All'occasione non esitavano a deporre un capo e degradarlo a guerriero comune.

La filiazione passa attraverso le donne e la residenza è matrilocale, cioè sono mariti e figli che vivono in casa della donna con tutti i mariti e figli appartenenti alla gens, casa sulla quale governa la "matrona".

Essa dirige il lavoro agricolo femminile che si svolge in comune sui terreni collettivi di proprietà delle donne della famiglia, distribuisce personalmente il cibo cotto dividendolo fra i nuclei familiari, gli ospiti e i membri del Consiglio.

L'importanza di queste donne è tale che fanno parte del Consiglio degli Anziani che si rifa al Gran Consiglio delle Sei Nazioni Irochesi.
La loro opinione è affidata a un maschio ma la voce di questi non può essere ignorata perché la matrona ha, per legge, diritto di veto per quanto riguarda le decisioni su eventuali guerre.

Se la donna non ritiene opportuno o giusto il progetto di guerra, ha la possibilità di bloccare ogni operazione bellica vietando alla collettività femminile di fornire ai guerrieri le scorte di cibo indispensabili nei lunghi viaggi di spostamento verso il luogo degli scontri e durante le cacce al nemico. -


COMMENTO

Queste donne lavorano alacremente, provvedono a tutta la comunità, non prevaricano i maschi ma pretendono che lavorino a loro volta. Non amano le guerre. Non sarebbe da metterci la firma?

Chi non vorrebbe un mondo senza guerre, senza ruberie, senza sopraffazioni e senza violenza sessuale?

Tutti concorderebbero, ma allora perchè nel mondo comandano i maschi che sono assolutamente privi, nella stragrande maggioranza dei casi, di qualsiasi sentimento materno? Non ci siamo sbagliati, intendevamo proprio materno, perchè di genitoriale come doveri l'uomo ne sente, ma come sentimenti pochi.




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1 commenti:

Angelica Barbieri on 2 novembre 2016 21:50 ha detto...

Molto interessante tutto, cercavo proprio tante notizie sull'argomento e...grazie. Angelica

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