venerdì 18 ottobre 2013

LE FESTE DEI LUPERCALI





LUPERCALIA

I Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani. Come mai? Semplice, si frustavano le donne quindi andava bene.

In una lettera di papa Gelasio I si riferisce che a Roma durante il suo pontificato ( 492 - 496) si tenevano ancora i Lupercali, sebbene ormai la popolazione fosse da tempo, almeno nominalmente, cristiana.

Nel 495 Gelasio scrisse questa lettera ad Andromaco, l'allora princeps Senatus, rimproverandolo della partecipazione dei cristiani alla festa. Si ignora se la festa sia stata abolita quell'anno o successivamente.

William Green riteneva il significato religioso ormai perduto (del resto era già trascorso un secolo dalla proibizione dei culti romani decretata per legge da Teodosio I) e che avesse carattere puramente folcloristico.

Più tardi, nel VII secolo, venne istituita la festa della Candelora e collocata al 2 febbraio così anche quella era sistemata.

Tra le cerimonie pagane romane che Giacomo Boni mise in programma per il primo anniversario della marcia su Roma, ci fu anche il ripristino delle corse dei Lupercalia, inaugurate con l'esplorazione dell'antro celeberrimo, come scrive Boni.


LA FESTA ROMANA

La festa era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; soltanto intorno alle anche portavano una pelle di capra ricavata dalle vittime sacrificate nel Lupercale.

PARTE DEL LUPERCALE SOTTO LA CHIESA DI S. ANASTASIA
E che c'entrava la pelle di capra?

Eriphos, Dioniso "capretto", rimanda a un rito piuttosto crudele, quello del giovane Dioniso sbranato dai Titani, fatto a pezzi e poi messo a bollire. Zeus, attratto dall’odore, apparve e col fulmine impedì ai Titani di consumare il pasto, sostituendolo con il capro sacrificale.

A questo animale si riferisce anche il culto di Dioniso Melànaigis, il Dio "con la nera pelle di capra".

La nebris era una pelle di animale indossata dai seguaci di Dioniso come una tunica.

L’animale prediletto da cui si ricavava questo capo d’abbigliamento rituale era di solito il cerbiatto, ma anche la pantera, il capro o la capra, la lince e la volpe (bassaris).

La simbologia legata alla nebride è quella di una animalità ferina e selvaggia

Ma un conto è il capretto, nominativo che si dà anche al piccolo della pecora come animale spesso sacrificato in qualità di vittima innocente.

Diverso è l'indossare la pelle dell'animale che significa aver avuto ragione su di lui. Ercole sul leone, Dioniso sulla pantera, come se per non essere sopraffatti dall'istinto occorresse eliminarlo anzichè armonizzarcisi.



I LUPERCI MASCHI

Ma i maschi la pensano così e i Luperci, i sacerdoti che avevano scalzato le donne dal rito, diretti da un unico magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna chiamate Luperci Fabiani ("dei Fabii") e Luperci Quinziali (Quinctiales, "dei Quinctii"), ai quali per un breve periodo Gaio Giulio Cesare aggiunse una terza schiera chiamata Luperci Iulii, in onore di sé stesso.

Secondo Dumézil è probabile che in origine le due schiere fossero formate dai membri delle gentes dalle quali prendono il nome (cioè i Fabii e i Quinctii). Secondo Mommsen un indizio potrebbe essere il fatto che il nome Kaeso si trova soltanto tra i membri di quelle due gentes e sarebbe collegato al februis caedere, cioè al tagliare (caedere) le strisce (februa) dalla pelle delle capre sacrificate.

Sacrificare gli animali appartiene alla mente maschile, perchè si immagina Dei che amano i sacrifici altrui, e immaginano che gli animali siano altro da noi, Per il femminile siamo tutti animali e figli della stessa Dea Natura, possiamo cibarci degli animali per dura necessità, ma, come avveniva, chiedendo perdono all'animale, e restringendo il più possibile il campo delle uccisioni.

Sulla base di alcuni passi di Livio, si è ritenuto generalmente che i luperci Fabiani fossero originari del Quirinale e i Quinziali del Palatino, ma ciò è contestata da Dumézil, per il quale non ci sono sufficienti motivi per trarre questa deduzione, anche perché i riti dei Lupercalia sono strettamente legati soltanto al colle Palatino e non anche al Quirinale.

In età repubblicana i Luperci erano scelti fra i giovani patrizi ma da Augusto in poi la cosa fu ritenuta sconveniente per loro e ne fecero parte solo giovani appartenenti all'ordine equestre.

LUPERCALE SU UN ALTARE A SILVANO

Plutarco riferisce nella vita di Romolo che il giorno dei Lupercalia, venivano iniziati due nuovi luperci (uno per i Luperci Fabiani e uno per i Luperci Quinziali) nella grotta del Lupercale; dopo il sacrificio di capre (si ignora se una o più di una, se di genere maschile o femminile: secondo Quilici un capro) e, pare, di un cane (che per Dumézil è cosa normale se i Luperci sono "quelli che cacciano i lupi"), i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Il sangue veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere.

Questa cerimonia è stata interpretata come un atto di morte e rinascita rituale, nel quale la "segnatura" con il coltello insanguinato rappresenta la morte della precedente condizione "profana", mentre la pulitura con il latte (nutrimento del neonato) e la risata rappresentano invece la rinascita alla nuova condizione sacerdotale.

Un corno, è la solita storia dell'istinto sacrificato per la glorificazione della razionalità, ma senza istinto la razionalità si trasforma in ossessioni e produce mostri. Il capro, il toro, i serpente, tutti animali che esprimono la parte più istintuale dell'uomo, quella che la donna ama e l'uomo teme.

In quanto all'uccisione del cane, che neanche è cibo, è la dimostrazione della mostruosità della mente che si inventa gli Dei e gli attribuisce ciò che ella stessa vorrebbe fare impunemente.

Venivano poi fatte loro indossare le pelli delle capre sacrificate, dalle quali venivano tagliate delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, da usare come fruste. Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano poi correre intorno al colle saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre, ma al tempo di Giovenale ai colpi di frusta tendevano semplicemente le palme delle mani. 
(Che disdetta era così divertente colpirle sulla schiena e sul ventre..)

In questa seconda parte della festa i luperci erano essi stessi contemporaneamente capri e lupi: erano capri quando infondevano la fertilità dell'animale (considerato sessualmente potente) alla terra e alle donne attraverso la frusta, mentre erano lupi nel loro percorso intorno al Palatino. 

Questa interpretazione è un po' forzata, come se la parte lupo fosse di istinto malvagio, per quell'insano principio per cui gli animali sono buoni o cattivi a seconda che siano di utilità o di danno all'uomo.

Secondo Quilici, la corsa intorno al colle doveva essere intesa come un invisibile recinto magico creato dagli scongiuri dei pastori primitivi a protezione delle loro greggi dall'attacco dei lupi; la stessa offerta del capro avrebbe dovuto placare la fame dei lupi assalitori. Tale pratica inoltre non doveva essere stata limitata al solo Palatino ma in epoca preurbana doveva essere stata comune a tutte le località della zona, ovunque si fosse praticato l'allevamento ovino.

Per scongiurare i lupi non ci si veste da lupi, semmai si recita l'uccisione del lupo, un nessuna tribù africana ci si è mai travestiti da leoni per scongiurare i leoni.

Secondo la leggenda narrata da Ovidio, al tempo di Romolo vi sarebbe stato un lungo periodo di sterilità nelle donne. Donne e uomini si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, e qui fecero la loro supplica. Attraverso lo stormire delle fronde, la Dea rispose che le donne dovevano essere penetrate (inito, da Inuus, altro nome di Fauno) da un sacro caprone sgomentando le donne, ma un augure etrusco interpretò che sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce colpì con queste la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono.

Accidenti quanto era già forte l'odio contro le donne, stuprate o fustigate, da sacerdotesse a vittime perpetue. E da allora sempre vittime furono, perchè il maschio non ha mai perdonato alla donna la sua superiorità nelle cose dell'anima.

C'è incertezza sull'etimologia delle parole Lupercalia, Luperci e Lupercus, anche se la base è sicuramente costituita dalla parola lupus ("lupo"). Ma nella celebrazione dei Lupercalia niente sembra far pensare a qualcosa rivolto contro i lupi.

Finalmente una frase sensata. I Lupercalia erano in origine feste misteriche riservate alle donne e usurpate dagli uomini, tanto per cambiare.

DEA TELLUS


LE LUPE FEMMINE

Dunque Romolo e Remo furono allattati da una Lupa, ma poi venne un pastore, un certo Faustolo, forse perchè era epoca di svezzamento, e se li porta via affidandoli alla moglie ACCA LARENTIA, una brava donna che si alleva come figli.

Ma non era la Dea Tellus ad allattare due gemelli? Ma si e pure la Mater Matuta, insomma la Dea Madre. E allora Acca Larentia che c'entra, e soprattutto chi era?

La storia di Acca Larentia ce la tramanda Gaio Licinio Macer (morto nel 66 ac), ufficiale e annalista di Roma antica. della gens licinia, che fu tribuno e pretore, ma Cicerone lo fece condannare per corruzione e concussione nel 68 a.c., per cui Macer si suicidò.

Macer scrisse la storia di Roma in 16 libri, lavoro perduto, ma da Tito Livio e Dionigi sappiamo che iniziò la storia con la fondazione della città, dove parò dei gemelli, della Lupa e di Acca Larentia.

Probabilmente una storia già nota nella leggenda popolare.

Acca Larentia, a parte la balla della prostituta benefattrice, era detta "lupa" (termine con il quale i Romani indicavano le prostitute e dal quale viene il termine "lupanare"), il che la designa come Dea Lupa, declassata poi a semplice mortale.

Siccome ormai la Lupa c'era la trasformarono in animale, così Rea Silvia non era Dea ma vestale e per giunta prima stuprata e poi morta ammazzata (ma siamo in Arabia?), Gea la Terra era sparita, Tellus era un vago ricordo e Acca Larenzia la moglie di un bifolco.

L'onore del maschio era salvo.

Ma c'è un piccolo particolare, La Dea Lupa aveva come sacerdotesse le Lupe, fanciulle che albergavano soprattutto in quel dei Castelli Romani, Nemi compresa, e che esercitavano la prostituzione sacra, giravano per il bosco nude e coperte da pelli di lupo ululando come lupi alla luna piena. 

Da loro le prostitute romane presero l'abitudine di fare come richiamo il verso del lupo così che i postriboli si chiamarono lupanare e le prostitute venivano dette lupe in senso spregiativo.

Così ciò che era onorevole e sacro per la donna diventò spregiativo. 

L'uomo pose fine alla prostituzione sacra ma siccome aveva problemi di continenza ricorse alle prostitute, trasformandole però in donne prive di dignità e di rispetto, nel senso che glieli tolsero i maschi.

E l'onore del maschio fu salvo.

Ma il popolo romano aveva le sue tradizioni e Acca Larentia, per giunta madre dei Lari, non la volevano dimenticare, per cui i maschi fecero la solita cosa: cambiarono le carte in tavola. 

La Dea Lupa divenne una lupa, Acca Larentia, cioè sempre la stessa Dea, divenne un prostituta benemerita, le sacerdotesse le mandarono a battere nei bordelli e le feste le organizzavano gli uomini, ora i sacerdoti erano loro che si coprivano si di pelli ma non di lupo altrimenti si sentivano gay, così si misero le pelli di capra e fustigarono le donne con la scusa di renderle fertili.

LUPERCALE
Del resto sembra che Acca Larentia fosse denominata anche Mater Larum o "Madre dei Lari", del resto in sanscrito Akka significa Madre, ma fu anche un nome di Demetra, Acca Demetra, in qualità di nutrice.
Romolo e Remo infatti furono celebrati come Lari di Roma, gli antenati protettivi.

Ciò spiegherebbe perché durante la festività dei Larentalia i sacrifici venissero celebrati dal Flaminis Quirinalis, il sacerdote di Quirino, ovvero Romolo, suo figlio.

L'identificazione di Mater Larum spiega perché durante i Laurentalia si offrissero sacrifici ai Lares, gli spiriti benevoli degli antenati, anch'essi di origine etrusca, il cui compito era di proteggere e benedire i nuclei familiari e le loro abitazioni dalle minacce esterne.

Presso gli Etruschi Acca Larenzia era una Dea Pennuta, passata poi al culto romano come Dea prostituta e protettrice di Roma ma soprattutto della plebe. Le Dee Pennute erano le cosiddette Arpie, le sfingi dell'epoca, immagini triplici della Grande Madre, che poi divennero nefaste nella mitologia greca perchè includevano il lato mortifero della Dea.

Acca Larenzia viene pertanto identificata con una divinità ctonia, custode del mondo dei morti, Larenta, o Larunda, come era chiamata dai Sabini. Larenta, o "Dea Muta" era una divinità femminile del sottosuolo e dell'oltretomba, quindi il lato oscuro della Madre Natura, quello relativo alla morte.

Insomma la Lupa è tenera con i figli, li allatta ma da adulti li porta alla morte, la natura è così, dà vitae morte, ma i maschi vogliono avere a che fare solo col lato vita, della morte non ne vogliono sapere, perchè hanno paura.

Si nota anche oggi, hanno paura di vegliare i morti, di vestire i morti, di accudire i malati e pure di andare all'ospedale.

Non tutti ma la maggioranza si.

Siccome in questo si sente inferiore alle donne (e non solo in questo) e non si rassegna, allora si è inventato di tutto per non consentire alla donna di evolversi. 

Nel tempo le hanno proibito di studiare, di lavorare e di avere potestà sui figli. Le hanno pure proibito di divorziare, cosa che avevano acquistato ai tempi dell'Impero Romano.

La chiesa poi ha fatto di peggio, le ha proibito tutto e l'ha asservita all'uomo e ai preti. Questo lavaggio del cervello di secoli ha prodotto il suo effetto, per cui molte donne credono effettivamente che i maschi siano loro superiori. 

Donne, ricordate chi foste...




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1 commenti:

Roberta Capodicasa on 13 febbraio 2017 18:46 ha detto...

Sul fatto che la chiesa abbia fatto alla donna male tout court non sono d'accordo. Ad eliminare infatti il cullto dei 'lupercalia' di certo sfavorevole alle donne fu un papa credente, molto cristiano come sembra emergere anche da un breve studio: Papa Gelasio I probabilmente al corrente dell'insegnamento di Sant Agostino in questi ambiti.

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